Vivere in barca
La credenza popolare fa di noi italiani un popolo di poeti, santi e navigatori.
Si, ci piace molto lodarci e imbrodarci con orgoglio. Ci fa piacere quando uno straniero tesse le lodi del nostro Paese, tant’è che quasi sempre, allorché un conduttore televisivo intervista una personalità straniera (un attore, uno scrittore, un politico o un cantante) tira fuori la fatidica domanda : “le piace il nostro Paese?” E giù a gongolarsi, mentre l’intervistato sciorina tutta la sua arte adulatoria nei confronti dello stivale. Si mangia bene, è un Paese bellissimo, gli italiani sono tutti eleganti, sono artisti nati…eccetera eccetera eccetera…
Bene, il nostro narcisismo è perfettamente umano e anche simpatico, direi. Ma contesto con forza che gli italiani siano un popolo di navigatori. Macchè navigatori, per noi il mare ha sempre portato sventure, armate straniere, pirati barbareschi (come nella leggenda di Tellaro del polpo e i pirati). Se si fa capolino nelle suggestive leggende di mare che popolano l’universo fiabesco delle nostre terre affacciate sul mare, non si trova altro che orrore, cattiveria e raccapriccio nei confronti del Pianeta Blu. Il mare è sempre stato popolato da mostri, dèi malvagi (che dire del cattivissimo Poseidone che perseguitava Odisseo? Opera greca, certo, ma noi siamo anche figli di quella cultura). In Sicilia, l’unico che aveva dimestichezza col mare era Còla Pesce, e fece una fine incerta, dato che si trova ancora nel fondo del mare. Altro che navigatori, noi siamo attaccati alle nostre radici terricole più che mai!
Certo, vi sono stati molti italiani che si sono distinti per le loro qualità nautiche. Penso ai Giovanni da Verrazzano, Amerigo Vespucci, Giovanni Caboto, Cristoforo Colombo e su, fino al contemporaneo Giovanni Soldini. Ma sono eccezioni che confermano la regola. Per di più, molti di loro vivevano in un tempo in cui il concetto di Italia come Nazione non esisteva ancora. Tant’è che hanno fatto fortuna lavorando presso altre Corone. Ma tutti questi navigatori sono comunque punte di diamante in uno scenario di persone che col mare non hanno granché dimestichezza.
Noi il mare lo abbiamo scoperto tardi, talmente tardi che soltanto nel boom del dopoguerra gli italiani hanno scoperto che dal mare si può ricavare anche piacere. Ma anche lì, il massimo della navigazione si realizzava nelle poche decine di metri percorsi coi pedalò e i mosconi della riviera emiliana. Inoltre, incredibilmente proprio dove il mare è più bello, al sud, gli italiani non hanno perso tempo a devastare il paesaggio marino che, al contrario, doveva essere la loro ricchezza, un tesoro da custodire con amore e dedizione. Penso con rabbia alla devastazione urbanistica di perle come Procida e Ischia in cui l’antropizzazione ha raggiunto livelli tali che le isole, dall’alto non si vedono più; sono ricoperte di EDIFICI !
L’italiano medio ora usa il mare, lo stupra senza ritegno. Nei litorali e sulla sua superficie, con quei rombanti motoscafi che nulla hanno di poetico ma che sfrecciano a folle velocità per raggiungere località usate ed abusate dalla folla vacanziera, figlia di un mondo sempre di fretta. Vivere il mare è questo? Io credo proprio di no, e lo dimostra che la cultura del mare non abita nei cuori di quelle persone. Ne abbiamo testimonianza, ahimè, ogni estate.
Perché dico tutto questo? Perché vivo in barca, e il solo fatto di aver organizzato la mia vita in tal modo suscita nei miei concittadini un senso di “stranezza”, di alienazione. Ricordo ancora con divertimento un piccolo dialogo avvenuto sul molo ove ero ormeggiato, proprio in quella Toscana, patria del Vespucci e sito di una delle Repubbliche Marinare. Era un pomeriggio di primavera, e dopo aver steso i panni sulle draglie, mi sono sdraiato nel letto della mia cabina, a poppa, per rilassarmi. Nonostante fossi al chiuso potevo sentire con chiarezza le parole pronunciate da due signore che si erano soffermate davanti alla mia barca.
“Guarda … questo qui ha tutti i panni stesi su quelle corde (SIC) metalliche, come mai?”
“Eh si … lo conosco, è uno che vive qua.”
“Qua dove, nella barca?”
“Si, esatto.”
“Ma anche l’inverno? Oh, poverino…”

A quel “poverino” mi è venuto da ridere perché poteva sottintendere qualsiasi cosa. Forse, nell’immaginario di quella signora si era creata l’immagine di una specie di clochard che per avversità della vita o per chissà quale altro arcano motivo si era “ridotto” a vivere in barca. Ho sorriso e ho pensato che, dal mio punto di vista, i “poverini” erano coloro che sono costretti a vivere a terra, in una casa di proprietà della banca e immersi nel circolo vizioso della “produttività” fine a sé stessa. Ho abbandonato subito i miei rimuginamenti, e mi sono addormentato felice come prima.
Questa storiella dimostra come, nel nostro Paese, sia ancora fortemente radicata l’idea che l’esistenza debba essere condotta solo in un modo, confacente allo status di “persona per bene” che lavora e vive in casa. La possibilità che uno lavori e viva in barca non viene assolutamente contemplata, e se questa dovesse presentarsi verrebbe catalogata immediatamente come strana, antisociale, da eremita o chissà che cosa.
Non è affatto così, ve lo posso assicurare. In Paesi molto più marinari del nostro, penso alla Francia, all’Inghilterra, alla Danimarca, l’Olanda, tale pratica è universalmente accettata come NORMALE. Tanti sono i vantaggi per chi, per passione, vive in barca. Proseguirò in questa sezione ad affrontare i vari aspetti della vita in barca, per chi volesse avere più informazioni, traendo spunti dalla mia esperienza personale.
Vostro Affezionatissimo
Capitano Blood
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