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La Scelta

9 dicembre 2011 3 commenti

 

La Scelta

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Nascita e sviluppo di uno stile di vita

Mare

Questo semplice sostantivo contiene una vasta, infinita quantità di suggestioni. Storie, suoni, immagini, miti, dolore, morte e felicità ne caratterizzano il concetto. La nostra mente associativa molto facilmente genera una costellazione di pensieri ed idee diverse al solo sentir pronunziare questa parola.

Il mare, per noi popoli mediterranei, è stato il collante che ha garantito lo sviluppo culturale ed economico del nostro bacino, creando le basi della cosiddetta “Civiltà Occidentale”. Ce lo insegna il grande Fernand Braudel nel suo capolavoro : “Memorie del Mediterraneo”. Temuto, odiato e amato, il mare del mondo antico era già così importante che il mito collocava tra le sue acque e la sua schiuma la nascita della dea dell’amore, Venere. La radice della parola latina, MAre, è la stessa MA indoeuropea di MATER, MADRE, MAMMA. MA come il famoso femminino sacro.

  Il dio più potente, dopo Zeus in ordine gerarchico, era Poseidone (Nettuno per i Latini), dio del mare. Non solo, ma ancora una volta il mare, in questo caso l’oceano Atlantico alla fine del Medioevo, ha permesso all’umanità del mondo occidentale di ampliare letteralmente i propri orizzonti, di aprirsi al Mondo e a nuove conoscenze non senza far pagare il conto di tali conquiste alle popolazioni assoggettate. Il mare non era più quel Thalassa greco, o quel Mare Nostrum dei Romani, pieno di insidie, di mostri, e dèi capricciosi. Pur rimanendo materia di evoluzione culturale, di commerci e di scontri fra civiltà divenne anche teatro di esplorazione, conquiste e massacri in nome del più forte, nonché mezzo di maggior comprensione del mondo. Meravigliosa metafora di questa espansione culturale e geografica si espresse con il Rinascimento.

 

 

 

 

 

  Alla fine del ’500 la Regina Elisabetta I d’Inghilterra capì ben presto che il mare era il vero terreno di espansione del suo piccolo regno. Grazie alla sconfitta dell’Invincible Armada di Filippo II di Spagna, operata da Sir Francis Drake, questa novella Roma sconfisse la sua Cartagine, e gli enormi investimenti britannici nella costruzione di poderose flotte trascinò la Bianca Albione in quell’avventura che la portò allo splendore sino ai tempi moderni, quando dovette cedere lo scettro del potere navale ai giovani Stati Uniti d’America. Le navi assunsero così un ruolo talmente importante nella vita dei regni britannici, che ci si rivolge (unico caso fra gli oggetti inanimati) ad esse con un affettuoso pronome femminile. In inglese, infatti, una ship (o vessel, o boat) è sempre una SHE, non un it.

Ma con l’arrivo dell’epoca contemporanea qualcosa è cambiato. Mai prima d’ora si pensava di usufruire del mare in maniera diversa dal commercio, dalla pesca, dall’esplorazione o dalla guerra. La saggezza popolare esprimeva simpaticamente il concetto : “Chi va per mare per diletto, va all’inferno per vacanza”.

Già nei primi anni del secolo scorso nascono gli Yacht Club, inedite forme di associazione fra rappresentanti della classe benestante con il solo fine di condividere il mare come “sport”, il diporto appunto.

A fine ottocento un pioniere dello yachting compie un giro del mondo in solitaria, a bordo di una piccola barca a vela: Joshua Slocum e il suo Spray. E poi gli altri grandi : Vito Dumas, Bernard Moitessier, Francis Chichester, ecc. L’umanità, per la prima volta in millenni, si diverte al mare! Si va a fare il bagno (mai esistiti stabilimenti balneari nel passato), si va a pesca o a vela per divertimento, si usufruisce insomma del mare per semplice diletto.

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Fin ora, tutto ciò che ho scritto sono fatti. Ora arrivano considerazioni puramente personali.

Con lo sviluppo della modernità, della tecnologia e dell’industrializzazione, il mare del diporto acquista una valenza che lo accomuna a tante altre attività “hobbistiche” : fare da valvola di sfogo allo stress (parola generica che racchiude tantissime altre sottoclassi) della vita quotidiana. Personalmente lo è stato in maniera rilevante per moltissimi anni. La mia professione era estremamente usurante, e il mio equilibrio psicofisico si ristabiliva solamente grazie ai momenti passati a bordo, sia che fossero momenti di manutenzione, sia che fossero momenti trascorsi in piacevoli navigazioni.

Questo articolo tratta, però, di una scelta. Una scelta precisa, maturata, cogitata e soppesata con dolore, con attenzione. La famosa scelta di mollare tutto e andar via.

Per anni le riviste del settore ci hanno regalato (e continuano a farlo) articoli, immagini e storie di coloro i quali, sulle orme dei grandi navigatori del passato, operarono questa scelta per cambiar vita. Io stesso rimasi affascinato dai vari resoconti che ho letto: gli Auriemma, i Malingri, i Cornell, gli Ottogalli, tanto per citarne qualcuno.

Ben presto, però, cominciai a criticare violentemente questa pratica delle riviste di vela di divulgare, osannandola, la vita alternativa di queste persone. Mi sembrava un invito generale e sconsiderato a mollare tutto, un invito rivolto a tutti incondizionatamente, come se tutti potessero avere la possibilità di farlo. Nella migliore delle ipotesi, pensavo, si creava uno stato d’ansia e di impotenza in quelle persone che non potevano permettersi di operare una scelta del genere. Questo mi dispiaceva.

E invece……

Non è cambiato proprio nulla. Non è affatto vero che TUTTI possono mollare tutto e andarsene in giro con la barca. Oggi meno che mai. A dispetto dei tanti libri che sono stati pubblicati sull’argomento (segno evidente di una crescente domanda di tale tipo di letteratura), operare una scelta del genere è un esercizio doloroso e a volte impossibile. Perché?

Per semplici, prosaici, squallidi motivi economici. Né più, né meno.

Ci vuole una buona barca (di proprietà, altro che affittarla come suggerisce il Mazzoleni….e se volete vi spiego anche il perché), ci vuole un’ottima organizzazione dei propri “assets” e ci vuole una rendita, non si scappa su questo. Come potete osservare, ho pubblicato ultimamente un articolo sui costi della vita in barca. Dategli un’occhiata.

E non credete alla storia del lavorare strada facendo. Vero, si può anche trovare un impiego temporaneo, ma non è un’entrata su cui ci si possa contare al 100% e ci vuole anche un discreto spirito di adattamento: volete davvero fare i camerieri in un’oscura bettola di Tangeri?

Onore all’onestà intellettuale dell’amico Simone Perotti. Nel suo ottimo libro “Adesso Basta”, oltre ad indicare sobriamente i motivi che portano una persona a mollare la sua vita precedente per abbracciarne un’altra completamente diversa, basata su altri valori che il semplice accumulo di ricchezza, ma sulla crescita, semmai, del proprio tempo e della propria ricchezza interiore, dichiara onestissimamente che queste scelte possono essere operate SOLAMENTE da coloro che partono da uno status sociale medio-alto, coloro cioè che hanno vissuto una vita professionale di un certo livello e con certi redditi. La sua corretta valutazione inquadra il 40enne affermato come il probabile candidato di colui che volesse cambiar vita. Insomma, poche balle: bisogna esser giovani (specialmente di mente), intraprendenti e con capitali che possano costituire una rendita.

Ad onor del vero, il Perotti non si rivolge esclusivamente a chi “molla” per andare in giro con la barca. La scelta può essere anche rivolta ad un ambiente più bucolico, come la tipica casetta in campagna con il proprio orticello…

Ma torniamo alla scelta marinara, che è quella che mi riguarda (questo blog non tratta certamente di giardinaggio!)…. .

Perché si opera una scelta del genere? Cosa accade in noi che desideriamo allontanarci dalle nostre coste e girare il mondo con la nostra barca? Che tipi siamo noi “Vagabondi del Mare”, come simpaticamente definiva questa strana razza l’amico Silvio dell’Accio?

Inizierò dall’ultima domanda. E sarò onesto, come è mio costume essere.

Che tipi siamo?

Siamo egoisti. Punto, anzi 2 punti!

Si, siamo egoisti perché non abbiamo avuto la voglia, o il fegato, di rimanere dove eravamo, e continuare a lottare come la massa di “schiavi” fa tutta la vita, quelli che vivono la loro vita “nel modo in cui i propri genitori, la propria azienda, le autorità locali, le compagnie pubblicitarie dei prodotti che vengono consumati vogliono che si viva” (cfr. “The Cruising Life” di Jim Trefethen). Allora non siamo egoisti, ma eroi? Manco per nulla, amici miei. Dal mio punto di vista ci vuole un bel coraggio a rimanere invischiati nel sistema. Dal mio punto di vista siamo egoisti perché ce la filiamo alla bretone. Siamo egoisti perché non ce ne frega più nulla (o quasi) del nostro Paese. Per forza, come si fa a difendere una società corrotta come la nostra?

Come ci spiega brillantemente il Professor Raffaele Simone nel suo “Il Mostro Mite”, nulla o quasi nulla si può fare per arginare la naturale tendenza dell’umanità alla barbarie, alla visione dell’esistenza ancora troppo legata alla primordiale legge della giungla. Facile ragionare in termini dell’io so io, e voi nun siete un ca(omissis). Molto più difficile, e aggiungerei evoluto, sarebbe il ragionare in termini di sostegno reciproco, di protezione dei più deboli. Ometto volutamente la parola “umanità” nel “ragionare in termini di”, perché a quanto pare è proprio dell’umanità essere violenti, prevaricatori, essere “io so io….”, ecc.

E allora, noi vagabondi del mare chi siamo?

In maggioranza, presumo,  siamo gente stufa di certi meccanismi, gente che cerca di scappare dal Mostro Mite. Il problema è che la maggior parte non si rende conto che scappa portandosi dietro un’appendice del Mostro Mite, a volte trovandolo felicemente ad accoglierla anche dall’altra parte dell’oceano. Perché? Semplice: perché anche il buon selvaggio si è stufato di essere tale e non vede l’ora di accogliere il Mostro Mite nella sua casa! Quindi, ci si potrà imbattere in folle di buoni selvaggi che ci guarderanno come se fossimo pazzi a lasciarci dietro i McDonald, i centri commerciali, i Mall, gli Apple Store, gli Auchan e tutti gli altri Templi del Dio Mostro Mite, quello che vi infinocchia amorevolmente, porgendovi l’ultimo gadget tecnologico con gioia, mentre con l’altra mano succhia il vostro sangue con cambiali che i vostri nipoti finiranno di pagare.

Mi è successo, a Santo Domingo e molte volte in Africa. Questi poveri diavoli ti guardano come se tu fossi un Sacerdote del dio Amòn, investito di tutti gli onori. E non capiscono proprio come si possa voler lasciare questi onori. Non sanno che in realtà abbiamo catenacci d’oro al collo.

Allora perché si opera questa scelta?

Lo si vuol fare per sciogliere queste catene d’oro? Per sconfiggere il Mostro Mite?

Brutte notizie : il Mostro Mite non si sconfigge. Mettiamo altri 2 punti, va….facciamo vedere che abbondiamo. No, lui vince sempre perché il Mondo stesso vive in simbiosi con lui. Quindi, per sconfiggere lui, dovreste sconfiggere il mondo. Mi pare un’impresa quantomai azzardata.

Direi che sia un argomento desueto, quello di voler partire con la barca per lasciarsi dietro il consumismo. Certo, belle parole, romantiche, piene di potere evocativo….ma sono balle! Sono balle perché nessuno si può esimere dal consumare, a meno di non fare come Tom Neale: cercarsi un atollo, e vivere delle risorse che questo ti offre. Cocchi, pesce e crostacei. Volete fare così? E la barca? La affondate all’entrata della passe, così nessuno potrà entrare a rompervi i coglioni? Non ci crederò mai.

E allora, perché si va in giro con la barca?

Nella galassia eterogenea del cosiddetto “Popolo dei Vagabondi del Mare” si incontrano storie, motivazioni, passioni e sentimenti diversi. Ci sono i pensionati arzilli che gironzolano placidamente a bordo di lussuosi cabinati a vela, che mettono in pratica un progetto nato decadi fa. Ci sono i ragazzini squattrinati che girano con un’improbabile barchetta con motore fuoribordo. Ci sono i 40enni di Simone Perotti (tra i quali ci sono io) i quali hanno voluto optare per ciò che si chiama “downshifting”, ovvero scalare la marcia, non andare più a tremila nella vita frenetica della produzione, ma accontentarsi di meno risorse e avere più tempo per sé e per le proprie vere passioni. Qui nessuno vuole salvare il mondo, nessuno ha l’ardire di affermare di volerlo cambiare. Ecco perché non ci sono eroi tra le nostre fila. C’è solo gente che trova nel mare una dimensione di vita più consona alle proprie esigenze.

Si, ma perché in giro con la barca?

Senza voler cadere nella retorica, suppongo che la spinta sia sempre la stessa: la voglia di esplorare, il mondo e sé stessi. Come scrivevo all’inizio, il mare è veicolo di conoscenza, di esperienze e di scambi (commerciali e culturali). Sono profondamente convinto che uno dei modi più significativi e profondi di conoscere un Paese sia quello di arrivarci con la propria barca (tranne posti come il Nepal, ovviamente). Il viaggio per mare, contenitore di infiniti momenti e sentimenti, è un’immersione in sé stessi, un confronto diretto con le proprie debolezze perché in mare, al contrario che sulla terraferma, non si possono indossare quelle maschere tanto confortanti che utilizziamo nella vita di tutti i giorni. Il mare non ama le maschere, il mare ti guarda dritto negli occhi e ti mette a nudo. Ma questo è tutt’altro argomento: riguarda la “Saggezza del Mare”, come ci ricorda Björn Larsson, ma anche “Il Vecchio e il Mare” di Ernest Hemingway. Riguarda il rispetto che il mare pretende da tutti noi. Come diceva un vecchio adagio : “Pochi sono coloro che possono dare del tu al mare, quei pochi non lo fanno”.

Avventura, quindi, desiderio di scoperta, desiderio di farcela coi propri mezzi, dove non basta uscire di casa e andare al supermercato per comprarsi ciò che serve. Questi sono i motivi che spingono molti di noi a fare questa vita, con buona pace del Mostro Mite.

Oltre all’avventura, aggiungo, esiste un altro piacevole aspetto della vita in crociera: si incontrano tante persone, tutte unite da uno stile di vita che condividono con voi. Il popolo dei Vagabondi del Mare è un bel popolo: ci si aiuta, ci si sostiene e si fanno degli incontri estremamente interessanti, come ci racconta anche Luigi Ottogalli con il suo bellissimo libro, Rotta a Zig Zag.

I pro della vita in barca sono tanti, ma, cari amici, al contrario di tutte quelle sconsiderate esortazioni a mollare tutto e partire con la barca, io non vi dirò affatto che DOVETE farlo. Anzi!

Dovete ragionare, ponderare. E se anche voi sarete vittima di quella stessa epifania (Jim Trefethen, opera citata) che proprio dall’etimologia greca indica il manifestarsi di un’idea, di un’esigenza, quella stessa epifania che ha colpito me, allora ricordatevi una cosa fondamentale :

Se volete andare in giro con la barca, prima lavorate, poi andate in barca quando si avranno rendite sufficienti, tenendo a mente che una volta che l’epifania vi ha raggiunto, sarete per sempre persone diverse.

Saluti

Captain Blood

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17 dicembre 2010 11 commenti

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Nascita e sviluppo di uno stile di vita

Mare

Questo semplice sostantivo contiene una vasta, infinita quantità di suggestioni. Storie, suoni, immagini, miti, dolore, morte e felicità ne caratterizzano il concetto. La nostra mente associativa molto facilmente genera una costellazione di pensieri ed idee diverse al solo sentir pronunziare questa parola.

Il mare, per noi popoli mediterranei, è stato il collante che ha garantito lo sviluppo culturale ed economico del nostro bacino, creando le basi della cosiddetta “Civiltà Occidentale”. Ce lo insegna il grande Fernand Braudel nel suo capolavoro : “Memorie del Mediterraneo”. Temuto, odiato e amato, il mare del mondo antico era già così importante che il mito collocava tra le sue acque e la sua schiuma la nascita della dea dell’amore, Venere. La radice della parola latina, MAre, è la stessa MA indoeuropea di MATER, MADRE, MAMMA, MA come il famoso femminino sacro.

Il dio più potente, dopo Zeus in ordine gerarchico, era Poseidone (Nettuno per i Latini), dio del mare. Non solo, ma ancora una volta il mare, in questo caso l’oceano Atlantico alla fine del Medioevo, ha permesso all’umanità del mondo occidentale di ampliare letteralmente i propri orizzonti, di aprirsi al Mondo e a nuove conoscenze non senza far pagare il conto di tali conquiste alle popolazioni assoggettate. Il mare non era più quel Thalassa greco, o quel Mare Nostrum dei Romani, pieno di insidie, di mostri, e dèi capricciosi. Pur rimanendo materia di evoluzione culturale, di commerci e di scontri fra civiltà divenne anche teatro di esplorazione, conquiste e massacri in nome del più forte, nonché mezzo di maggior comprensione del mondo. Meravigliosa metafora di questa espansione culturale e geografica si espresse con il Rinascimento.

Alla fine del ’500 la Regina Elisabetta I d’Inghilterra capì ben presto che il mare era il vero terreno di espansione del suo piccolo regno. Grazie alla sconfitta dell’Invincible Armada di Filippo II di Spagna, operata da Sir Francis Drake, questa novella Roma sconfisse la sua Cartagine, e gli enormi investimenti britannici nella costruzione di poderose flotte trascinò la Bianca Albione in quell’avventura che la portò allo splendore sino ai tempi moderni, quando dovette cedere lo scettro del potere navale ai giovani Stati Uniti d’America. Le navi assunsero così un ruolo talmente importante nella vita dei regni britannici, che ci si rivolge (unico caso fra gli oggetti inanimati) ad esse con un affettuoso pronome femminile. In inglese, infatti, una ship (o vessel, o boat) è sempre una SHE, non un it.

Ma con l’arrivo dell’epoca contemporanea qualcosa è cambiato. Mai prima d’ora si pensava di usufruire del mare in maniera diversa dal commercio, dalla pesca, dall’esplorazione o dalla guerra. La saggezza popolare esprimeva simpaticamente il concetto : “Chi va per mare per diletto, va all’inferno per vacanza”.

Già nei primi anni del secolo scorso nascono gli Yacht Club, inedite forme di associazione fra rappresentanti della classe benestante con il solo fine di condividere il mare come “sport”, il diporto appunto.

A fine ottocento un pioniere dello yachting compie un giro del mondo in solitaria, a bordo di una piccola barca a vela: Joshua Slocum e il suo Spray. E poi gli altri grandi : Vito Dumas, Bernard Moitessier, Francis Chichester, ecc. L’umanità, per la prima volta in millenni, si diverte al mare! Si va a fare il bagno (mai esistiti stabilimenti balneari nel passato), si va a pesca o a vela per divertimento, si usufruisce insomma del mare per semplice diletto.

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Fin ora, tutto ciò che ho scritto sono fatti. Ora arrivano considerazioni puramente personali. Prosegui la lettura…

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Progetto di navigazione

18 aprile 2010 Nessun commento

Cari lettori,

dopo lunghe riflessioni desidero presentarvi un grossolano piano di navigazione che il Vieux Malin dovrebbe intraprendere nel futuro. Date e luoghi esatti saranno da definire, ovviamente, ma si tratta di un iniziale tracciamento di una rotta di massima.

Il mio piano riguarda essenzialmente due aspetti:

Prosegui la lettura…

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