Archivio

Posts Tagged ‘navigare’

La Scelta

9 dicembre 2011 3 commenti

 

La Scelta

___________________________

Nascita e sviluppo di uno stile di vita

Mare

Questo semplice sostantivo contiene una vasta, infinita quantità di suggestioni. Storie, suoni, immagini, miti, dolore, morte e felicità ne caratterizzano il concetto. La nostra mente associativa molto facilmente genera una costellazione di pensieri ed idee diverse al solo sentir pronunziare questa parola.

Il mare, per noi popoli mediterranei, è stato il collante che ha garantito lo sviluppo culturale ed economico del nostro bacino, creando le basi della cosiddetta “Civiltà Occidentale”. Ce lo insegna il grande Fernand Braudel nel suo capolavoro : “Memorie del Mediterraneo”. Temuto, odiato e amato, il mare del mondo antico era già così importante che il mito collocava tra le sue acque e la sua schiuma la nascita della dea dell’amore, Venere. La radice della parola latina, MAre, è la stessa MA indoeuropea di MATER, MADRE, MAMMA. MA come il famoso femminino sacro.

  Il dio più potente, dopo Zeus in ordine gerarchico, era Poseidone (Nettuno per i Latini), dio del mare. Non solo, ma ancora una volta il mare, in questo caso l’oceano Atlantico alla fine del Medioevo, ha permesso all’umanità del mondo occidentale di ampliare letteralmente i propri orizzonti, di aprirsi al Mondo e a nuove conoscenze non senza far pagare il conto di tali conquiste alle popolazioni assoggettate. Il mare non era più quel Thalassa greco, o quel Mare Nostrum dei Romani, pieno di insidie, di mostri, e dèi capricciosi. Pur rimanendo materia di evoluzione culturale, di commerci e di scontri fra civiltà divenne anche teatro di esplorazione, conquiste e massacri in nome del più forte, nonché mezzo di maggior comprensione del mondo. Meravigliosa metafora di questa espansione culturale e geografica si espresse con il Rinascimento.

 

 

 

 

 

  Alla fine del ’500 la Regina Elisabetta I d’Inghilterra capì ben presto che il mare era il vero terreno di espansione del suo piccolo regno. Grazie alla sconfitta dell’Invincible Armada di Filippo II di Spagna, operata da Sir Francis Drake, questa novella Roma sconfisse la sua Cartagine, e gli enormi investimenti britannici nella costruzione di poderose flotte trascinò la Bianca Albione in quell’avventura che la portò allo splendore sino ai tempi moderni, quando dovette cedere lo scettro del potere navale ai giovani Stati Uniti d’America. Le navi assunsero così un ruolo talmente importante nella vita dei regni britannici, che ci si rivolge (unico caso fra gli oggetti inanimati) ad esse con un affettuoso pronome femminile. In inglese, infatti, una ship (o vessel, o boat) è sempre una SHE, non un it.

Ma con l’arrivo dell’epoca contemporanea qualcosa è cambiato. Mai prima d’ora si pensava di usufruire del mare in maniera diversa dal commercio, dalla pesca, dall’esplorazione o dalla guerra. La saggezza popolare esprimeva simpaticamente il concetto : “Chi va per mare per diletto, va all’inferno per vacanza”.

Già nei primi anni del secolo scorso nascono gli Yacht Club, inedite forme di associazione fra rappresentanti della classe benestante con il solo fine di condividere il mare come “sport”, il diporto appunto.

A fine ottocento un pioniere dello yachting compie un giro del mondo in solitaria, a bordo di una piccola barca a vela: Joshua Slocum e il suo Spray. E poi gli altri grandi : Vito Dumas, Bernard Moitessier, Francis Chichester, ecc. L’umanità, per la prima volta in millenni, si diverte al mare! Si va a fare il bagno (mai esistiti stabilimenti balneari nel passato), si va a pesca o a vela per divertimento, si usufruisce insomma del mare per semplice diletto.

___________________________________________

Fin ora, tutto ciò che ho scritto sono fatti. Ora arrivano considerazioni puramente personali.

Con lo sviluppo della modernità, della tecnologia e dell’industrializzazione, il mare del diporto acquista una valenza che lo accomuna a tante altre attività “hobbistiche” : fare da valvola di sfogo allo stress (parola generica che racchiude tantissime altre sottoclassi) della vita quotidiana. Personalmente lo è stato in maniera rilevante per moltissimi anni. La mia professione era estremamente usurante, e il mio equilibrio psicofisico si ristabiliva solamente grazie ai momenti passati a bordo, sia che fossero momenti di manutenzione, sia che fossero momenti trascorsi in piacevoli navigazioni.

Questo articolo tratta, però, di una scelta. Una scelta precisa, maturata, cogitata e soppesata con dolore, con attenzione. La famosa scelta di mollare tutto e andar via.

Per anni le riviste del settore ci hanno regalato (e continuano a farlo) articoli, immagini e storie di coloro i quali, sulle orme dei grandi navigatori del passato, operarono questa scelta per cambiar vita. Io stesso rimasi affascinato dai vari resoconti che ho letto: gli Auriemma, i Malingri, i Cornell, gli Ottogalli, tanto per citarne qualcuno.

Ben presto, però, cominciai a criticare violentemente questa pratica delle riviste di vela di divulgare, osannandola, la vita alternativa di queste persone. Mi sembrava un invito generale e sconsiderato a mollare tutto, un invito rivolto a tutti incondizionatamente, come se tutti potessero avere la possibilità di farlo. Nella migliore delle ipotesi, pensavo, si creava uno stato d’ansia e di impotenza in quelle persone che non potevano permettersi di operare una scelta del genere. Questo mi dispiaceva.

E invece……

Non è cambiato proprio nulla. Non è affatto vero che TUTTI possono mollare tutto e andarsene in giro con la barca. Oggi meno che mai. A dispetto dei tanti libri che sono stati pubblicati sull’argomento (segno evidente di una crescente domanda di tale tipo di letteratura), operare una scelta del genere è un esercizio doloroso e a volte impossibile. Perché?

Per semplici, prosaici, squallidi motivi economici. Né più, né meno.

Ci vuole una buona barca (di proprietà, altro che affittarla come suggerisce il Mazzoleni….e se volete vi spiego anche il perché), ci vuole un’ottima organizzazione dei propri “assets” e ci vuole una rendita, non si scappa su questo. Come potete osservare, ho pubblicato ultimamente un articolo sui costi della vita in barca. Dategli un’occhiata.

E non credete alla storia del lavorare strada facendo. Vero, si può anche trovare un impiego temporaneo, ma non è un’entrata su cui ci si possa contare al 100% e ci vuole anche un discreto spirito di adattamento: volete davvero fare i camerieri in un’oscura bettola di Tangeri?

Onore all’onestà intellettuale dell’amico Simone Perotti. Nel suo ottimo libro “Adesso Basta”, oltre ad indicare sobriamente i motivi che portano una persona a mollare la sua vita precedente per abbracciarne un’altra completamente diversa, basata su altri valori che il semplice accumulo di ricchezza, ma sulla crescita, semmai, del proprio tempo e della propria ricchezza interiore, dichiara onestissimamente che queste scelte possono essere operate SOLAMENTE da coloro che partono da uno status sociale medio-alto, coloro cioè che hanno vissuto una vita professionale di un certo livello e con certi redditi. La sua corretta valutazione inquadra il 40enne affermato come il probabile candidato di colui che volesse cambiar vita. Insomma, poche balle: bisogna esser giovani (specialmente di mente), intraprendenti e con capitali che possano costituire una rendita.

Ad onor del vero, il Perotti non si rivolge esclusivamente a chi “molla” per andare in giro con la barca. La scelta può essere anche rivolta ad un ambiente più bucolico, come la tipica casetta in campagna con il proprio orticello…

Ma torniamo alla scelta marinara, che è quella che mi riguarda (questo blog non tratta certamente di giardinaggio!)…. .

Perché si opera una scelta del genere? Cosa accade in noi che desideriamo allontanarci dalle nostre coste e girare il mondo con la nostra barca? Che tipi siamo noi “Vagabondi del Mare”, come simpaticamente definiva questa strana razza l’amico Silvio dell’Accio?

Inizierò dall’ultima domanda. E sarò onesto, come è mio costume essere.

Che tipi siamo?

Siamo egoisti. Punto, anzi 2 punti!

Si, siamo egoisti perché non abbiamo avuto la voglia, o il fegato, di rimanere dove eravamo, e continuare a lottare come la massa di “schiavi” fa tutta la vita, quelli che vivono la loro vita “nel modo in cui i propri genitori, la propria azienda, le autorità locali, le compagnie pubblicitarie dei prodotti che vengono consumati vogliono che si viva” (cfr. “The Cruising Life” di Jim Trefethen). Allora non siamo egoisti, ma eroi? Manco per nulla, amici miei. Dal mio punto di vista ci vuole un bel coraggio a rimanere invischiati nel sistema. Dal mio punto di vista siamo egoisti perché ce la filiamo alla bretone. Siamo egoisti perché non ce ne frega più nulla (o quasi) del nostro Paese. Per forza, come si fa a difendere una società corrotta come la nostra?

Come ci spiega brillantemente il Professor Raffaele Simone nel suo “Il Mostro Mite”, nulla o quasi nulla si può fare per arginare la naturale tendenza dell’umanità alla barbarie, alla visione dell’esistenza ancora troppo legata alla primordiale legge della giungla. Facile ragionare in termini dell’io so io, e voi nun siete un ca(omissis). Molto più difficile, e aggiungerei evoluto, sarebbe il ragionare in termini di sostegno reciproco, di protezione dei più deboli. Ometto volutamente la parola “umanità” nel “ragionare in termini di”, perché a quanto pare è proprio dell’umanità essere violenti, prevaricatori, essere “io so io….”, ecc.

E allora, noi vagabondi del mare chi siamo?

In maggioranza, presumo,  siamo gente stufa di certi meccanismi, gente che cerca di scappare dal Mostro Mite. Il problema è che la maggior parte non si rende conto che scappa portandosi dietro un’appendice del Mostro Mite, a volte trovandolo felicemente ad accoglierla anche dall’altra parte dell’oceano. Perché? Semplice: perché anche il buon selvaggio si è stufato di essere tale e non vede l’ora di accogliere il Mostro Mite nella sua casa! Quindi, ci si potrà imbattere in folle di buoni selvaggi che ci guarderanno come se fossimo pazzi a lasciarci dietro i McDonald, i centri commerciali, i Mall, gli Apple Store, gli Auchan e tutti gli altri Templi del Dio Mostro Mite, quello che vi infinocchia amorevolmente, porgendovi l’ultimo gadget tecnologico con gioia, mentre con l’altra mano succhia il vostro sangue con cambiali che i vostri nipoti finiranno di pagare.

Mi è successo, a Santo Domingo e molte volte in Africa. Questi poveri diavoli ti guardano come se tu fossi un Sacerdote del dio Amòn, investito di tutti gli onori. E non capiscono proprio come si possa voler lasciare questi onori. Non sanno che in realtà abbiamo catenacci d’oro al collo.

Allora perché si opera questa scelta?

Lo si vuol fare per sciogliere queste catene d’oro? Per sconfiggere il Mostro Mite?

Brutte notizie : il Mostro Mite non si sconfigge. Mettiamo altri 2 punti, va….facciamo vedere che abbondiamo. No, lui vince sempre perché il Mondo stesso vive in simbiosi con lui. Quindi, per sconfiggere lui, dovreste sconfiggere il mondo. Mi pare un’impresa quantomai azzardata.

Direi che sia un argomento desueto, quello di voler partire con la barca per lasciarsi dietro il consumismo. Certo, belle parole, romantiche, piene di potere evocativo….ma sono balle! Sono balle perché nessuno si può esimere dal consumare, a meno di non fare come Tom Neale: cercarsi un atollo, e vivere delle risorse che questo ti offre. Cocchi, pesce e crostacei. Volete fare così? E la barca? La affondate all’entrata della passe, così nessuno potrà entrare a rompervi i coglioni? Non ci crederò mai.

E allora, perché si va in giro con la barca?

Nella galassia eterogenea del cosiddetto “Popolo dei Vagabondi del Mare” si incontrano storie, motivazioni, passioni e sentimenti diversi. Ci sono i pensionati arzilli che gironzolano placidamente a bordo di lussuosi cabinati a vela, che mettono in pratica un progetto nato decadi fa. Ci sono i ragazzini squattrinati che girano con un’improbabile barchetta con motore fuoribordo. Ci sono i 40enni di Simone Perotti (tra i quali ci sono io) i quali hanno voluto optare per ciò che si chiama “downshifting”, ovvero scalare la marcia, non andare più a tremila nella vita frenetica della produzione, ma accontentarsi di meno risorse e avere più tempo per sé e per le proprie vere passioni. Qui nessuno vuole salvare il mondo, nessuno ha l’ardire di affermare di volerlo cambiare. Ecco perché non ci sono eroi tra le nostre fila. C’è solo gente che trova nel mare una dimensione di vita più consona alle proprie esigenze.

Si, ma perché in giro con la barca?

Senza voler cadere nella retorica, suppongo che la spinta sia sempre la stessa: la voglia di esplorare, il mondo e sé stessi. Come scrivevo all’inizio, il mare è veicolo di conoscenza, di esperienze e di scambi (commerciali e culturali). Sono profondamente convinto che uno dei modi più significativi e profondi di conoscere un Paese sia quello di arrivarci con la propria barca (tranne posti come il Nepal, ovviamente). Il viaggio per mare, contenitore di infiniti momenti e sentimenti, è un’immersione in sé stessi, un confronto diretto con le proprie debolezze perché in mare, al contrario che sulla terraferma, non si possono indossare quelle maschere tanto confortanti che utilizziamo nella vita di tutti i giorni. Il mare non ama le maschere, il mare ti guarda dritto negli occhi e ti mette a nudo. Ma questo è tutt’altro argomento: riguarda la “Saggezza del Mare”, come ci ricorda Björn Larsson, ma anche “Il Vecchio e il Mare” di Ernest Hemingway. Riguarda il rispetto che il mare pretende da tutti noi. Come diceva un vecchio adagio : “Pochi sono coloro che possono dare del tu al mare, quei pochi non lo fanno”.

Avventura, quindi, desiderio di scoperta, desiderio di farcela coi propri mezzi, dove non basta uscire di casa e andare al supermercato per comprarsi ciò che serve. Questi sono i motivi che spingono molti di noi a fare questa vita, con buona pace del Mostro Mite.

Oltre all’avventura, aggiungo, esiste un altro piacevole aspetto della vita in crociera: si incontrano tante persone, tutte unite da uno stile di vita che condividono con voi. Il popolo dei Vagabondi del Mare è un bel popolo: ci si aiuta, ci si sostiene e si fanno degli incontri estremamente interessanti, come ci racconta anche Luigi Ottogalli con il suo bellissimo libro, Rotta a Zig Zag.

I pro della vita in barca sono tanti, ma, cari amici, al contrario di tutte quelle sconsiderate esortazioni a mollare tutto e partire con la barca, io non vi dirò affatto che DOVETE farlo. Anzi!

Dovete ragionare, ponderare. E se anche voi sarete vittima di quella stessa epifania (Jim Trefethen, opera citata) che proprio dall’etimologia greca indica il manifestarsi di un’idea, di un’esigenza, quella stessa epifania che ha colpito me, allora ricordatevi una cosa fondamentale :

Se volete andare in giro con la barca, prima lavorate, poi andate in barca quando si avranno rendite sufficienti, tenendo a mente che una volta che l’epifania vi ha raggiunto, sarete per sempre persone diverse.

Saluti

Captain Blood

Share

Sailing 2011

27 febbraio 2011 Nessun commento

SAILING 2011

poco money, molto sailing

Vuoi navigare DAVVERO a vela? Vuoi un’esperienza formativa completa e una crociera all’insegna della tradizione del mare? Clicca qui !

Share

La Scelta

17 dicembre 2010 11 commenti

La Scelta

___________________________

Nascita e sviluppo di uno stile di vita

Mare

Questo semplice sostantivo contiene una vasta, infinita quantità di suggestioni. Storie, suoni, immagini, miti, dolore, morte e felicità ne caratterizzano il concetto. La nostra mente associativa molto facilmente genera una costellazione di pensieri ed idee diverse al solo sentir pronunziare questa parola.

Il mare, per noi popoli mediterranei, è stato il collante che ha garantito lo sviluppo culturale ed economico del nostro bacino, creando le basi della cosiddetta “Civiltà Occidentale”. Ce lo insegna il grande Fernand Braudel nel suo capolavoro : “Memorie del Mediterraneo”. Temuto, odiato e amato, il mare del mondo antico era già così importante che il mito collocava tra le sue acque e la sua schiuma la nascita della dea dell’amore, Venere. La radice della parola latina, MAre, è la stessa MA indoeuropea di MATER, MADRE, MAMMA, MA come il famoso femminino sacro.

Il dio più potente, dopo Zeus in ordine gerarchico, era Poseidone (Nettuno per i Latini), dio del mare. Non solo, ma ancora una volta il mare, in questo caso l’oceano Atlantico alla fine del Medioevo, ha permesso all’umanità del mondo occidentale di ampliare letteralmente i propri orizzonti, di aprirsi al Mondo e a nuove conoscenze non senza far pagare il conto di tali conquiste alle popolazioni assoggettate. Il mare non era più quel Thalassa greco, o quel Mare Nostrum dei Romani, pieno di insidie, di mostri, e dèi capricciosi. Pur rimanendo materia di evoluzione culturale, di commerci e di scontri fra civiltà divenne anche teatro di esplorazione, conquiste e massacri in nome del più forte, nonché mezzo di maggior comprensione del mondo. Meravigliosa metafora di questa espansione culturale e geografica si espresse con il Rinascimento.

Alla fine del ’500 la Regina Elisabetta I d’Inghilterra capì ben presto che il mare era il vero terreno di espansione del suo piccolo regno. Grazie alla sconfitta dell’Invincible Armada di Filippo II di Spagna, operata da Sir Francis Drake, questa novella Roma sconfisse la sua Cartagine, e gli enormi investimenti britannici nella costruzione di poderose flotte trascinò la Bianca Albione in quell’avventura che la portò allo splendore sino ai tempi moderni, quando dovette cedere lo scettro del potere navale ai giovani Stati Uniti d’America. Le navi assunsero così un ruolo talmente importante nella vita dei regni britannici, che ci si rivolge (unico caso fra gli oggetti inanimati) ad esse con un affettuoso pronome femminile. In inglese, infatti, una ship (o vessel, o boat) è sempre una SHE, non un it.

Ma con l’arrivo dell’epoca contemporanea qualcosa è cambiato. Mai prima d’ora si pensava di usufruire del mare in maniera diversa dal commercio, dalla pesca, dall’esplorazione o dalla guerra. La saggezza popolare esprimeva simpaticamente il concetto : “Chi va per mare per diletto, va all’inferno per vacanza”.

Già nei primi anni del secolo scorso nascono gli Yacht Club, inedite forme di associazione fra rappresentanti della classe benestante con il solo fine di condividere il mare come “sport”, il diporto appunto.

A fine ottocento un pioniere dello yachting compie un giro del mondo in solitaria, a bordo di una piccola barca a vela: Joshua Slocum e il suo Spray. E poi gli altri grandi : Vito Dumas, Bernard Moitessier, Francis Chichester, ecc. L’umanità, per la prima volta in millenni, si diverte al mare! Si va a fare il bagno (mai esistiti stabilimenti balneari nel passato), si va a pesca o a vela per divertimento, si usufruisce insomma del mare per semplice diletto.

___________________________________________

Fin ora, tutto ciò che ho scritto sono fatti. Ora arrivano considerazioni puramente personali. Prosegui la lettura…

Share

Cruising Life – Vivere in Crociera

15 dicembre 2010 2 commenti

CRUISING LIFE BUDGET



Vivere in barca in Italia è un’impresa costellata da vari impedimenti. I costi sono piuttosto alti a causa di vari motivi (culturali, di mercato, sociali, ecc.). Tuttavia, qualora si decidesse (o si potesse) vivere in Paesi meno pretenziosi, ma altrettanto affascinanti, le cose cambiano radicalmente.

Pubblico qui sotto una piccola tabella di un budget relativo ad una barca a vela sui 12/13 metri che volesse stazionare, navigare e frequentare Paesi come la Tunisia o il Marocco. Faccio notare che ho preso questi dati dalla mia esperienza personale, prendendo a modello questi Paesi dell’Africa Settentrionale che offrono buoni servizi e anche scenari naturalistici assai interessanti.

Prosegui la lettura…

Share

Progetto di navigazione

18 aprile 2010 Nessun commento

Cari lettori,

dopo lunghe riflessioni desidero presentarvi un grossolano piano di navigazione che il Vieux Malin dovrebbe intraprendere nel futuro. Date e luoghi esatti saranno da definire, ovviamente, ma si tratta di un iniziale tracciamento di una rotta di massima.

Il mio piano riguarda essenzialmente due aspetti:

Prosegui la lettura…

Share

Silvio Dell’Accio

12 febbraio 2010 2 commenti

In queste ultime settimane ho percorso migliaia di miglia e visitato tanti posti. Fa parte del mio lavoro. Tuttavia, queste miglia le ho percorse in volo, il paesaggio che scorreva veloce ma lento sotto di me e i tanti posti sorvolati fuggivano via senza mostrare i loro dettagli, i loro segreti. Penso sia questo il volo: coprire grandi distanze che, in realtà, sono tutte uguali e senza storia; perchè non v’è poesia in un paesaggio che non hai nemmeno il tempo di studiare, ché già è sepolto nella storia passata, momenti infinitesimali che sfrecciano a 450 miglia nautiche all’ora. E’ un pò la sintesi del mondo moderno: andar veloci senza soffermarsi nei particolari, senza avere il tempo di riflettere sulla realtà che ti circonda, ma dar retta solamente a fredde macchine che ti dicono tutto, ma non ti raccontano nulla…

Nonostante questo però, capita di rado, come per magia, che alcune giornate ti regalino lieti momenti di gioia, piccoli rallentamenti del tempo, ove si possa apprezzare l’esistenza vera, quella che imprime, che marchia i ricordi più belli. Ed è successo proprio qualche giorno fa. Un semplice incontro, una piacevole chiacchierata con una persona assai gradevole: Silvio Dell’Accio.

Non faccio nemmeno in tempo a terminare questi miei pensieri, che mi ritrovo nella zona dell’isola dove Oliver ha la sua bella Taverna, il Sighing Crab (il Granchio Sospirante).

L’aria è fredda, e una potente depressione è appena arrivata sferzando l’isola con pioggia mista a neve. Una neve sofferente, che non trova un appiglio ove aggrapparsi e già muore sciogliendosi sopra un letto a lei non adatto: una strada bagnata.

Non c’è molta gente in giro. Il freddo costringe gli abitanti a stare rinchiusi nelle case, e le barche intirizzite ondeggiano tremando nell’aria polare che arriva da settentrione.

Ho freddo anche io, ed entro nella taverna…

Trovo posto al mio tavolo preferito e già scorgo il volto gaio di Oliver che, con un cenno di assenso, mi riempie un boccale di birra cruda. A proposito, si tratta della WeisBier, la mia preferita.

“Eccoti qua, Peter ! Non ci facevi visita da molto tempo….come va?” , mi porge il boccale e si siede anche lui, di fronte a me.


“Tutto bene, o quasi, Oliver. Un pò acciaccato da questo freddo…grazie per la birra. Che si dice sull’isola?”

“Bah, che dirti? Non si fa altro che parlare di politica, e io mi sono rotto di questo branco di cefalopodi schiamazzanti.”

“Guarda che non mi freghi, tu ADORI parlare di politica….e io pure, se non fosse che ormai sono disgustato e amareggiato da tante di quelle faccende, che preferisco pensare ai sogni…”

“Ai sogni? Peter, guarda che con i sogni non si campa! E se ci si campasse, ci tasserebbero pure quelli!” , batte un pugno sul tavolo.


“Ah ah ah questo è vero, caro Oliver. Tuttavia devi fare attenzione, perchè una vita senza sogni è una vita senza il sale. Senza sogni un uomo non è felice. Sai, ho incontrato una persona che ha sognato tanto, realizzato tanto e sogna ancora alla sua età!”

“Davvero? E non si è stufato di sognare?”

“Direi proprio di no. Anzi, mi ha parlato del suo sogno con gli occhi di un ventenne che ha ancora tanto da scoprire. E questo mi ha intenerito molto, e l’ho ammirato tantissimo per questo.”

“E chi è questo sognatore, Peter?”

“Si chiama Silvio Dell’Accio, classe 1943.”

“Uhmmm….fammi pensare….ma non è quel navigatore solitario che perse la barca alle Canarie?”

“Complimenti, Oliver! Hai centrato in pieno. Silvio, all’età di 35 anni (se non erro) si mise a navigare per i mari di tutto il mondo con una barca di 8, 80 metri. Dieci anni in giro per gli oceani. Ha pubblicato moltissimi articoli per riviste nautiche e ha anche scritto un bel libro edito da Mursia : L’oceano fuori, l’oceano dentro. La barca che perse alle Canarie era la Free Life , sponsorizzata dalla rivista “Nautica”. Fu un’avventura terribile perchè fu affondato dalle balene. Per fortuna se la cavò fuggendo sul barchino di servizio, ma con la barca si spense il sogno….almeno sino ad oggi.”

“Caspita, saranno stati momenti terribili. Ma come lo hai conosciuto, quando l’hai incontrato?”

“Come ti dicevo tempo fa, internet è un attrezzo potente nelle mani degli uomini. Può essere usato male, ma anche molto bene. In qualche modo riesce ad avvicinare persone distanti e fare conoscenze incredibili. Silvio è stata una di quelle conoscenze incredibili. E’ una persona con tanta voglia di comunicare e un grande entusiasmo, pertanto è facile trovarlo. Ci siamo scambiati i recapiti e alla prima occasione, sono andato a trovarlo. Oliver, non sai che bell’incontro! E’ meraviglioso ascoltare una persona che ha tanta voglia di raccontare e che ha tanto da dire.”

“Perchè dici che sogna ancora?”

“Perchè ha una fortissima determinazione a tornare in mare. Appena potrà, vuole comprarsi una barca e ripartire. Mentre lo dice ti rendi conto subito che lo farà da come gli brillano gli occhi. E quando ti rendi conto della sua determinazione non puoi fare altro che ammirarlo.”

“Beh, si….ci vuole un sogno molto potente per arrivare ad una determinazione del genere. E dove conta di andare?”

“Immagino che voglia tornare in Pacifico, e del resto lo capisco. Ha una grandissima esperienza di navigazione oceanica in solitario. Anche per questo, l’ho invitato a venire qui, sull’isola, per andare in mare insieme. Sono certo che mi trasmetterà tantissima esperienza, e il mio vascello sarà onorato di avere un ospite di siffatto calibro.”

“Verrà qui? Caspita, Peter, fammi sapere quando arriva che organizziamo una bella festa nel mio locale!”

“Eh eh eh, ma certo Oliver. Non mancherò di fartelo sapere.”

“Quando pensa di partire per gli oceani?”

“Appena avrà la barca e l’avrà messa a punto. Non conosco le sue tempistiche, ma sono certo che navigheremo molto insieme. Del resto, anche il Vieux Malin è pronto a salpare per il Grande Blu.”

“Vuoi dire che lascerai l’Isola di Tortuga?” , mi guarda di sbieco, come un cagnolino bastonato.

“Per lunghi periodi, si…ma non definitivamente, Oliver. Tranquillo che ti pagherò le birre che mi hai servito!” , sghignazzo divertito.

Razza di pescecane! E’ così che tratti il tuo amico?”

“Dai che scherzo! Ad ogni modo vedrai che presto ti farò conoscere Silvio Dell’Accio di persona.”

“Sarà un gran bel giorno, Peter. Non vedo l’ora!” , si alza e torna a servire i suoi clienti.


Io sorseggio ancora la mia birra di frumento mentre penso al mio amico Silvio e al suo sogno di tornare in mare. Quanto capisco il suo richiamo. Verrà il giorno che navigheremo insieme!

Share

Vivere in barca

14 dicembre 2009 Nessun commento

La credenza popolare fa di noi italiani un popolo di poeti, santi e navigatori.

Si, ci piace molto lodarci e imbrodarci con orgoglio. Ci fa piacere quando uno straniero tesse le lodi del nostro Paese, tant’è che quasi sempre, allorché un conduttore televisivo intervista una personalità straniera (un attore, uno scrittore, un politico o un cantante) tira fuori la fatidica domanda : “le piace il nostro Paese?” E giù a gongolarsi, mentre l’intervistato sciorina tutta la sua arte adulatoria nei confronti dello stivale. Si mangia bene, è un Paese bellissimo, gli italiani sono tutti eleganti, sono artisti nati…eccetera eccetera eccetera…
Bene, il nostro narcisismo è perfettamente umano e anche simpatico, direi. Ma contesto con forza che gli italiani siano un popolo di navigatori. Macchè navigatori, per noi il mare ha sempre portato sventure, armate straniere, pirati barbareschi (come nella leggenda di Tellaro del polpo e i pirati). Se si fa capolino nelle suggestive leggende di mare che popolano l’universo fiabesco delle nostre terre affacciate sul mare, non si trova altro che orrore, cattiveria e raccapriccio nei confronti del Pianeta Blu. Il mare è sempre stato popolato da mostri, dèi malvagi (che dire del cattivissimo Poseidone che perseguitava Odisseo? Opera greca, certo, ma noi siamo anche figli di quella cultura). In Sicilia, l’unico che aveva dimestichezza col mare era Còla Pesce, e fece una fine incerta, dato che si trova ancora nel fondo del mare. Altro che navigatori, noi siamo attaccati alle nostre radici terricole più che mai!
Certo, vi sono stati molti italiani che si sono distinti per le loro qualità nautiche. Penso ai Giovanni da Verrazzano, Amerigo Vespucci, Giovanni Caboto, Cristoforo Colombo e su, fino al contemporaneo Giovanni Soldini. Ma sono eccezioni che confermano la regola. Per di più, molti di loro vivevano in un tempo in cui il concetto di Italia come Nazione non esisteva ancora. Tant’è che hanno fatto fortuna lavorando presso altre Corone. Ma tutti questi navigatori sono comunque punte di diamante in uno scenario di persone che col mare non hanno granché dimestichezza.
Noi il mare lo abbiamo scoperto tardi, talmente tardi che soltanto nel boom del dopoguerra gli italiani hanno scoperto che dal mare si può ricavare anche piacere. Ma anche lì, il massimo della navigazione si realizzava nelle poche decine di metri percorsi coi pedalò e i mosconi della riviera emiliana. Inoltre, incredibilmente proprio dove il mare è più bello, al sud, gli italiani non hanno perso tempo a devastare il paesaggio marino che, al contrario, doveva essere la loro ricchezza, un tesoro da custodire con amore e dedizione. Penso con rabbia alla devastazione urbanistica di perle come Procida e Ischia in cui l’antropizzazione ha raggiunto livelli tali che le isole, dall’alto non si vedono più; sono ricoperte di EDIFICI !

L’italiano medio ora usa il mare, lo stupra senza ritegno. Nei litorali e sulla sua superficie, con quei rombanti motoscafi che nulla hanno di poetico ma che sfrecciano a folle velocità per raggiungere località usate ed abusate dalla folla vacanziera, figlia di un mondo sempre di fretta. Vivere il mare è questo? Io credo proprio di no, e lo dimostra che la cultura del mare non abita nei cuori di quelle persone. Ne abbiamo testimonianza, ahimè, ogni estate.

Perché dico tutto questo? Perché vivo in barca, e il solo fatto di aver organizzato la mia vita in tal modo suscita nei miei concittadini un senso di “stranezza”, di alienazione. Ricordo ancora con divertimento un piccolo dialogo avvenuto sul molo ove ero ormeggiato, proprio in quella Toscana, patria del Vespucci e sito di una delle Repubbliche Marinare. Era un pomeriggio di primavera, e dopo aver steso i panni sulle draglie, mi sono sdraiato nel letto della mia cabina, a poppa, per rilassarmi. Nonostante fossi al chiuso potevo sentire con chiarezza le parole pronunciate da due signore che si erano soffermate davanti alla mia barca.

“Guarda … questo qui ha tutti i panni stesi su quelle corde (SIC) metalliche, come mai?”

“Eh si … lo conosco, è uno che vive qua.”

“Qua dove, nella barca?”

“Si, esatto.”

“Ma anche l’inverno? Oh, poverino…”

Foto066

A quel “poverino” mi è venuto da ridere perché poteva sottintendere qualsiasi cosa. Forse, nell’immaginario di quella signora si era creata l’immagine di una specie di clochard che per avversità della vita o per chissà quale altro arcano motivo si era “ridotto” a vivere in barca. Ho sorriso e ho pensato che, dal mio punto di vista, i “poverini” erano coloro che sono costretti a vivere a terra, in una casa di proprietà della banca e immersi nel circolo vizioso della “produttività” fine a sé stessa. Ho abbandonato subito i miei rimuginamenti, e mi sono addormentato felice come prima.

Questa storiella dimostra come, nel nostro Paese, sia ancora fortemente radicata l’idea che l’esistenza debba essere condotta solo in un modo, confacente allo status di “persona per bene” che lavora e vive in casa. La possibilità che uno lavori e viva in barca non viene assolutamente contemplata, e se questa dovesse presentarsi verrebbe catalogata immediatamente come strana, antisociale, da eremita o chissà che cosa.
Non è affatto così, ve lo posso assicurare. In Paesi molto più marinari del nostro, penso alla Francia, all’Inghilterra, alla Danimarca, l’Olanda, tale pratica è universalmente accettata come NORMALE. Tanti sono i vantaggi per chi, per passione, vive in barca. Proseguirò in questa sezione ad affrontare i vari aspetti della vita in barca, per chi volesse avere più informazioni, traendo spunti dalla mia esperienza personale.

Vostro Affezionatissimo
Capitano Blood

Clicca  qui per entrare nella sezione “Vivere in Barca” !


Share

Diari di bordo

14 dicembre 2009 Nessun commento

Gentili lettori, questi sono alcuni dei vecchi  diari del Capitano Blood.

Buona lettura!

Share

Una domenica di primo inverno…

13 dicembre 2009 Nessun commento

Nottata tranquilla quella di ieri, la mia nave dondolava con dolcezza nelle acque calme della baia. In notti come queste il sonno trova il suo agio, mentre i pensieri si assopiscono e l’anima ritrova un poco di serenità. All’alba, però, gocce di pioggia insistenti tamburellavano su in coperta, quasi ad invitarmi ad una fredda festa di primo inverno….qui all’isola di Tortuga, dove il respiro del mare riempie le narici con i suoi densi odori. Odio l’inverno, è vero. Ma quando mi alzo e vado sul pontile silenzioso, con le barche sonnecchianti e in attesa di nuove avventure, allora mi scopro a rilassarmi con loro e a guardare i gabbiani e i cormorani che giocano indefessamente attorno agli alberi.

Questa è la scena di stamane:


In marina Un pò buia, lo so. Scattata con un’infima fotocamera da cellulare. Ben diversa è la scena quando ci si trova nella calda luce estiva…

Percorro il pontile, sino alla mia nave. Buffo che la chiami nave, vero? In fondo si tratta di una barca a vela. Ma per me non rende l’idea….la mia nave ha un’anima, proprio come gli esseri umani. Noi siamo fatti di cellule che, prese singolarmente, non hanno coscienza di sé. Ma queste stesse cellule, organizzate nella complessità dell’essere umano, formano una persona, un individuo con emozioni e pensieri. Così la mia nave, fatta di scafo, viti, bulloni, parti metalliche e cordame….tutte queste cose insieme formano il Vieux Malin, con la sua personalità e la sua coscienza. Discorsi da pazzo? Forse, ma di certo sono innamorato della mia casa, della mia nave. Eccola:

vieuxmalin_moored

Tra poco mi incontrerò con i miei amici inglesi del RYA, verranno a trovarmi e gli preparerò un bel caffè espresso. Stiamo organizzando una bella uscita in mare per gennaio prossimo. Il Vieux Malin è assai eccitata per questo: è stanca di sonnecchiare in banchina. Le barche sono fatte per navigare, non per stare nei porti…e io cerco di uscire più volte che posso. Ah, se avessi più tempo!

Share

Piccola riflessione

3 dicembre 2009 Nessun commento

E’ vero, navigare è un’arte; un’arte racchiusa in due limiti ben definiti: il punto di partenza e il punto di arrivo. Il punto di arrivo può essere variabile, a seconda delle condimeteo affrontate e delle condizioni del mezzo. A-B o C, o D…..ma ciò che conta è l’universo di momenti, di decisioni, di calcoli, di osservazioni e di stati d’animo che compongono il magnifico quadro della navigazione. La matematica e la geometria cessano di essere fredde regole logiche, ma danzano assieme alle carte nautiche e al paesaggio marino in un amalgama organico ed elegante. Il tempo che scorre, assieme alle miglia che scivolano, non è altro che una finestra temporanea su una dimensione parallela alla vita che scorre sulla terraferma, e farne parte è un’esperienza che tocca il cuore e lo marchia per sempre…

Avevo 4 anni quando per la prima volta mi trovai nel pozzetto di una barca da crociera. Quei momenti sono gli unici rimasti VIVI nel mio ricordo di quel periodo. Chi ha dei figli dovrebbe pensare a regalare loro questi gioielli di vita al più presto, perchè sono tesori che si porteranno appresso tutta la vita. Da allora non ho mai smesso di navigare: barche, pescherecci, una nave militare e ora la mia barca…

Non c’è prezzo per tutto questo…

Share