Arte del comando in barca a vela

18 marzo 2015 Nessun commento

Arte del Comando Copertina

IL NUOVO LIBRO DEL CAPITANO BLOOD

Potete scaricarlo cliccando qui

Buona lettura!

Categorie:Pensieri

Santorini Blues

9 aprile 2014 2 commenti

Salute a tutti, cari lettori !

Qualcuno conoscerà già questo libro che Vi presento, ma solo oggi sono riuscito ad accedere al mio sito (stranezze delle wifi in circolazione. Gratis, ma non sempre efficienti).

Ecco, dunque, il libro che, spero, potrà essere di Vostro gradimento. Questa è una piccola sinossi:

Un navigatore solitario alla ricerca di se stesso conversa, nonostante le sue iniziali reticenze, con Calliope (in Greco Καλλιόπη, ossia “dalla bella voce”) la sua barca. A prima vista è un libro di mare, ma il lettore si troverà a vivere realtà e mito, che si fondono in un’unica, incredibile storia, intrecciata con fatti avvenuti in un lontano passato, a cavallo fra l’età del bronzo e quella del ferro. Introspezione psicologica, avventura e salsedine. La ricerca del perché di un amore perduto, immersi nel cuore del mar Egeo.

SANTORINI

Pubblicato su Amazon : Santorini Blues

Buona lettura!

Vostro affezionatissimo,

Captain Blood

Categorie:Tortuga

Quattro passi in Paradiso – seconda parte

1 febbraio 2014 4 commenti

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Ben ritrovati, cari lettori. Proseguiamo il viaggio verso sud, non prima di aver espletato le formalità doganali per fare l’entrata nello stato di St. Vincent and the Grenadines, SVG per gli amici.

L’ufficetto sgangherato si trova in uno degli improbabili edifici adiacenti al set disneyniano, ma il solerte doganiere veste una divisa ben curata, e dai sui gesti si percepisce che la sacralità del momento è seconda solo a quella della liturgia ecclesiastica. Invece dello Spirito Santo, però, sull’ostia cartacea scende inesorabile il timbro impregnato di un sangue nero, che darà solennità al documento, e libero accesso alle meraviglie che si celano più a sud.  Siamo liberi di andare.

Gli spostamenti, qui, sono veramente esigui: le distanze si coprono in una o due ore al massimo. Come ho già scritto nell’articolo precedente, il vento è sempre quello, groppi a parte. E difatti siamo piacevolmente colpiti da alcuni di questi, che spazzano il mare con vento e acqua. La superficie del mare si appiattisce un poco, sotto il peso della pioggia, e appare vellutata, quasi ricoperta da un sottile strato di pellicola luccicante. Uno spettacolo indescrivibile per la mia penna inadeguata, e mi duole che la macchina fotografica non sia stata a portata di mano in quei momenti. Ma l’acqua, dal cielo, è copiosa durante quei groppi. Talmente copiosa che in pochi secondi ci si ritrova totalmente fradici…e felici. Persino la barca appare inondata di una felicità alluvionale: si scrolla di dosso i milioni di granelli di sale accumulati in tante miglia.

In pochi istanti tutto passa, proprio come ci insegna Eraclito. Il groppo si sposta velocemente verso occidente, un poco più a sud della nostra posizione, elargendo il suo “dono” alla rigogliosità della vegetazione tropicale.

Martedì, 7 gennaio 2014

Son passati i tempi delle salve di cannone, e l’accesso alla Admiralty Bay di Bequia passa decisamente in sordina: siamo solo una delle tante barche che vanno e vengono, nulla di importante da salutare. Il nome altisonante lascia spazio ad un altro nome, altrettanto carico di fascino: Port Elizabeth. E’ qui che prendiamo il gavitello, dinanzi ad un lungo mare zeppo di ristoranti, bar e luoghi di ritrovo. La rada è piuttosto affollata, e sono contento che ci siano questi gavitelli, anche se dovremo sborsare l’equivalente di una ventina di euro a notte.

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L’acqua invita al bagno, e il sole fa capolino fra le formazioni torreggianti di nuvole ingrassate nell’Oceano.

La vita, in questa baia, è assai piacevole e facile per un “barcaiolo”: un’allegra bettolina arancione ricama le acque della rada, fra barca e barca, offrendo acqua, ghiaccio e persino carburante! Non ho bisogno di questi favori, per cui mi limito ad osservarla con sguardo divertito, compiendo un’iperbolica associazione d’idee con i “cocco bello” delle nostre spiagge.

I furti, in queste rade, sono (pare) all’ordine del giorno, specialmente per quanto riguarda il barchino di servizio con il suo motore fuoribordo. Per cui, mi attrezzo per evitare incidenti e “invento” questo modo assai popolare di sistemarlo per la notte:

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Sostanzialmente, è rizzato con la drizza di carbonera a poppa, e con la drizza del gennaker alla sua prua. Cimette laterali lo tengono ben stretto alla sua “mamma”, e i parabordi gli assicurano un sonno sereno.

Brutto? Poco elegante? Non importa: quando si vive in barca, la priorità è l’efficienza delle cose, non il loro aspetto.

Le musiche Calypso si diffondono, verso sera, e come per il piffero proverbiale siamo attirati da queste note così squillanti, così piene di Rum, di corallo, di palme e, per alcuni, anche di Maria. A St. Vincent ne producono a tonnellate di questa pianta, e i traffici fra le isole sono più consistenti di quelli relativi a cose di uso più comune, come la farina (quella del grano, per intenderci).

Scendiamo a terra, non possiamo resistere al richiamo di quella specie di pentole di latta, suonate con incredibile maestria dai discendenti degli schiavi africani. La rada, a sera, è piena di barche che si cullano dolcemente, al suono di queste note.

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Questo è il musicista che ci ha deliziato, solo un esempio:

http://youtu.be/9ojHz229OGk

Siamo solo ad un passo dai “paradisi” veri e propri che ci aspettano, più a sud. Ma la rada di Bequia è rilassante, e ci permette di ricaricare le nostre batterie. Rimarremo qui sino a sabato 11 gennaio, quando salperemo per Canouan.

La vita di Bequia brulica di attività. I mercatini di frutta sono molto frequentati, così come numerose sono le bancarelle piene di cianfrusaglie artigianali. I giovani fanno vela sin da piccoli, e la scuola è assai graziosa.

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“Bequia youth Sailors”, dice il banner. Effettivamente qui i giovani si divertono con gli optimist, imparando a veleggiare così come da noi si impara ad andare in bicicletta.

Facciamo conoscenza con Lorenzo e Rossella con il loro First 401, Chiribita. Loro “bazzicano” questi posti da ben 3 anni, e vorrebbero spostarsi verso le San Blas. Come dissentire? Ma è presto per me: sono appena arrivato, e vorrei rimanere nei paraggi per un pò di tempo. Tuttavia, la simpatia con loro è reciproca, e navigheremo di conserva per diversi altri giorni, quando ci incontreremo di nuovo alle Tobago Cays.

Per ora, le nostre strade si dividono. La mattina di sabato 11 gennaio, il Vieux Malin salpa per Canouan, isola misteriosa e poco frequentata, se non da facoltosi villeggianti stipati in lussuosissimi resort.

Ma il Caribe è anche questo, non soltanto la miseria di chi è nato in circostanze sfavorevoli. Quindi, non mi disturba il pensiero di osservare anche questa faccia della medaglia.

Entriamo in Charleston Bay attraverso un canale segnalato da boe di segnalazione. Bisogna ricordarsi che qui il sistema è IALA B, per cui rosso a dritta e verde a sinistra. L’ancoraggio è semplice, poche barche, ma il panorama è molto suggestivo.

Il “Tamarind Beach Resort” non dà pugni nell’occhio, ma anzi, si mimetizza nella folta vegetazione con garbo e discrezione.

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Non ci facciamo attendere troppo, e la visita a terra conferma le prime impressioni.

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Il Vieux Malin è proprio sotto l’arco blue del pontile, lo vedete?

Per dare un’idea del lusso, ecco la foto di un’ala del ristorante:

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La vera sorpresa, però, è stata quella di conoscere i gestori del resort: italiani. Essi vivono qui da molto tempo, ormai, e la loro squisita accoglienza mi fa capire che, tutto sommato, hanno gran nostalgia dell’Italia e degli italiani. Ahimè, è un sentimento che dubito mi possa attanagliare, e che non condivido affatto, ma è sicuramente piacevole fare quattro chiacchiere con loro. Scopro con mia grande meraviglia che essi hanno anche una vera e propria “pizzicheria” con tutti prodotti del Bel Paese. Un pò cari, questo è vero: i costi dei trasporti sono alti. Però che gioia poter acquistare del VERO pecorino, del VERO grana….CAFFE’ ILLY e altre prelibatezze!

Torniamo a bordo con una montagna di roba che vale una fortuna. Ma i nostri palati saranno allietati da questi sapori, per ora, dimenticati. E’ vero che è importante immergersi totalmente in un luogo “alieno”, anche per quanto riguarda la sua gastronomia, ma è altrettanto vero che non fa male, una volta tanto, coccolarsi con ciò che ci è più familiare.

Canouan ci cattura per ben tre giorni, non tanto per l’esoticità del luogo. Piuttosto, saranno le piacevoli conversazioni con gli italiani che incontriamo a tuffarmi momentaneamente in un passato che non guardo con nostalgia, ma a cui certamente volgo uno sguardo benevolo, senza rimpianti e senza tristezza. L’Italia è quella che è, e ogni italiano che incontro ne fa un’analisi cruda, violenta e piena di disprezzo. Come si può difendere il nostro Paese, se si trova in mano di corrotti, puttanieri e gente senza cultura?  Uno stolto, patetico, grottesco mercato di poltrone….nulla di più è il nostro Paese.

Volgo il mio sguardo altrove, i palmizi ondeggiano mormorando, sotto un vento accelerato dalle sinuose colline. Batuffoli di cotone sfrecciano con gioia sopra un cielo ambrato, mentre un sole assonnato ci regala i suoi ultimi raggi, con la promessa che domani sarà sempre lì, come fa da 4 miliardi di anni e mezzo, su questo cielo che si fa beffe di pensieri funesti.

Domani è un altro giorno. Domani ci inoltreremo nel vero Paradiso….alla prossima puntata!

Captain Blood

Categorie:Shiplog

Quattro passi in Paradiso – prima parte

30 gennaio 2014 5 commenti

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Perdonate la retorica, ma in un certo senso questo è un Paradiso. Almeno, lo è dal punto di vista della vela e dal punto di vista naturalistico. Ma quando ci si inoltra nei meandri delle culture umane, alla fine, si scopre che i termini “paradiso” o “inferno” sono costruzioni del tutto personali, luoghi mentali che spesso ci portiamo dietro.

Ma non desidero rivestire tutto ciò che ho visto con gli abiti dell’esploratore introspettivo, vorrei piuttosto trasmettere quella semplice, candida meraviglia che riempie gli occhi e il cuore di un viaggiatore bambino, con quell’ingenuità che spesso assorbe molto di più, senza essere filtrata da strutture culturali o squisitamente speculative.

Come mi è capitato già di scrivere da qualche parte, qui è bello. Punto.

Tuttavia, a parte la meraviglia e l’incanto che si può provare, risalta subito a chi ha degli occhi molto attenti che questa collana di perle, le isole di Sopravvento delle Piccole Antille, sono terribilmente eterogenee l’una con l’altra. E’ come se ogni perla avesse il suo colore, o il suo sapore. L’unico comun denominatore è l’origine geologica di queste isole che fanno da barriera fra l’Oceano Atlantico e il mar dei Caraibi.

Ecco, ci sono cascato: sto agendo da visitatore introspettivo. Proprio ciò che volevo evitare. Del resto, la coerenza degli intenti funziona finché non si cambia idea, no? Oltre a ciò, esistono dei bellissimi e ben documentati libri che illustrano questi paraggi. Io posso solo dire come li ho vissuti.

Proverò, attraverso questo piccolo viaggio dalla Martinica a Carriacou, a creare un affresco che possa rendere l’idea.

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Come dicevo, questo è un paradiso della vela. Certo! Contrariamente al Mediterraneo, qui si può contare su un vento pressoché costante, che può ruotare al massimo da NE a SE. Questo favorisce gli spostamenti nord-sud attraverso questa collana di perle. Il motore qui si usa poco, e le isole sono tutte molto vicine l’una con l’altra. Qua non si viaggia di notte, ed è bene (anzi necessario) atterrare sempre con il sole, per dar fondo all’ancora in tutta sicurezza, evitando i numerosi bassifondi e reefs che circondano le coste. Oltre a ciò, bisogna sempre mantenersi vigili durante i passaggi nei canali che dividono le isole. Vento e mare possono essere importanti, e occorre procedere terzarolati perché i groppi possono raggiungere i 50 nodi nel giro di pochi minuti.

Ed eccoci qui, a navigare verso St. Lucia:

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Sabato, 4 gennaio 2014

Marigot Bay (St. Lucia)

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Baietta moto stretta e celebrata. Accanto alle palme si respira l’aria posh di una britannicità piuttosto cara e pretenziosa. A contrasto con tutto questo, circa a un miglio prima di entrare, veniamo avvicinati da una barca a motore con un rasta che ci propone la sua “Gangia”. Rifiutiamo cordialmente, non c’è davvero bisogno di evadere qui, per noi che siamo “evasi” dall’Europa. Allora il tizio insiste, vuole comunque procurarci un qualche tipo di servizio, e mi indica di seguirlo per ancorarmi.

Diffido sempre di chi si prodiga in indicazione su come e dove effettuare una manovra del genere, ma questa volta soprassiedo. Ho fatto male. Quel fumato di un rasta si posiziona proprio sopra una roccia sommersa, e io do fondo proprio lì. L’ancora si incastra per benino, e io non posso fare altro che maledirlo intimamente.

La barca è comunque ferma, quindi mi attrezzo per un’immersione. Vado giù, l’ancora è proprio ben incastrata fra la rocciona e il fondale sabbioso. Dovrò usare una grippia. Legata la grippia al diamante, riporto la cima a bordo e istruisco l’equipaggio ad usare il verricello per tirarla. L’operazione riesce, e l’ancora è finalmente libera. Torno a bordo, il rasta fumato è sparito, così come i fumi delle sue sbornie. Ripetiamo l’ancoraggio in un posto più soddisfacente. Ora ci possiamo guardare attorno.

Domenica, 3 gennaio 2014

Espletate le formalità doganali, lasciamo questa elegantissima baia per andare a visitare il simbolo stesso di St. Lucia : i Pitoni. Si tratta di due formazioni coniche, retaggio di antichi depositi lavici, dall’aspetto molto suggestivo.

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La bandiera di cortesia di St. Lucia richiama le forme del pitone più aguzzo. Guai a sbagliare verso!

Come in ogni baia di questi paraggi, l’immancabile “boat boy” ci abborda, proponendoci i suoi articoli in vendita. Questa volta non si tratta di Maria, ma di 2 belle aragoste! Sarebbe proibito pescarle in questa stagione, ma ne abbiamo voglia e per una cifra ridicola abbiamo il pranzo assicurato.

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Lunedì, 6 gennaio 2014

Pirati dei Caraibi !

Lasciata St. Lucia, arriviamo sottovento a St. Vincent scorrendone la costa. Poche miglia di piacevole navigazione al lasco, e ci ritroviamo in uno di quei posti che, per nulla luccicanti, per nulla “glamour” (in un certo senso), ti rimangono però impressi nella mente a causa di suggestioni di altro genere. Siamo a Wallilabou Bay, dove la Disney pose il set del primo film del ciclo “Pirati dei Caraibi”.  A parte i rimasugli del set, che la gente del posto poi ha ovviamente sfruttato per creare una qualche sorta di attrazione locale, qui si percepisce il vero Caribe. Non per le palmette, la sabbia bianca o l’acqua cristallina (tutte caratteristiche del tutto asssenti qui), ma per la natura selvaggia, non domata, per il grado di povertà (ahimé) di chi ci circonda e della scarsità dei servizi.

Ci ormeggiamo a un gavitello, circondati da Boat Boys che nemmeno aspettano che io termini le manovre per propormi le loro mercanzie. Occorre avere molta, moltissima pazienza ed elargire sorrisi a profusione, perché qui (lo so) se attiri delle antipatie, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Quindi sorrido e dico loro di aspettare gentilmente che io termini la manovra di attracco. Il gavitello non basta: mi ci vorrà una cima a terra e l’ancora di poppa posta di traverso, altrimenti andrei addosso ai pilastri di uno sgangherato pontile, vestigia funeste di uno splendore passeggero, quando c’era la troupe della Disney. Si tratta dello stesso, identico pontile dove Jack Sparrow (alias Johnny Depp) esegue un provvidenziale balzetto dalla sua barca che affonda inesorabilmente appena arrivata.

 Eccolo qua:

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E qui c’è in sottofondo quella grottina dove c’erano gli scheletri dei pirati impiccati (chi se li ricorda nel film?) :

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Quattro passi nel vecchio set, e ti sembra di essere alla Tortuga, l’isola dei Fratelli della Costa. Non posso fare a meno di sorridere, mentre riaffiorano ricordi antichi di avvincenti avventure nelle acque di questi mari.

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Ma qui la pirateria non ha il sapore romantico dei libri di avventure. Qui la pirateria ha l’odioso e acre arome del sangue vero, della rapina e del massacro, come il povero skipper inglese ucciso a sud di St. Lucia poche settimane fa. Miliardi possono essere le cause di questo fatto maledetto. Tuttavia, come dicevo prima, occorre sempre tener presente che è importante l’atteggiamento che si deve tenere con i “locali”. La mia è solo una supposizione, ma a volte ci sono persone che “se la cercano”. Anche St. Vincent è piuttosto malfamata a causa di queste “scorribande”, ma ho la certezza di essere al sicuro, finché ci si comporta cordialmente, e si fanno “amicizie”. Oltre a ciò, devo confessare che la mia “superiorità” e la mia “prosopopea” tutte europee hanno subito un grave smacco qui. Uno smacco datomi da un rasta con la faccia da galeotto, senza denti e poco cordiale.

Mi si avvicina con uno sguardo indecifrabile, e la mia cautela mi impone di trattarlo con estrema deferenza. Mi propone frutti di ogni genere, compreso il mitico “frutto dell’albero del pane”, portato qui dall’altrettanto mitico Capitano Bligh, ingiustamente famigerato a causa di un errore storico imperdonabile. Ma non voglio dilungarmi su Bligh.

Dico gentilmente al rasta che per ora non ho bisogno di frutta, ma quello insiste con estrema convinzione. Allora, esasperato ma sorridende, gli porgo un pacchetto di Lucky Strike dicendogli che non ho intenzione di comprare nulla, ma desidero fargli questo regalo. A questo punto succede la cosa più sorprendente: quello fa un gesto di diniego e mi dice le seguenti parole, rimaste scolpite in me ancora oggi:

“Non desidero le tue sigarette. Anche se ho l’aspetto di uno che fuma, io non fumo e non bevo. Inoltre, questo da parte tua non è un regalo, perché le sigarette fanno male. Al contrario, io devo sfamare i miei figli, non devo dar loro da fumare.”

Queste sono le sue parole…..mi hanno gelato, signori.

Gli ho stretto la mano (che potevo fare?) e mi sono scusato, e alla fine gli ho comprato 10 frutti della passione e un frutto dell’albero del pane, intavolando una piacevole conversazione sul come si prepara.

Ecco, questo è un esempio sul come noi dovremmo lasciarci la nostra superiorità a casa, in Europa. I pregiudizi fanno sempre male allo spirito, mentre anche la persona più semplice ti può insegnare qualcosa.

Alla prossima puntata (parlerò delle Grenadine)!

Captain Blood

Categorie:Shiplog

Yoo ho hoo…and a bottle of Rum

25 dicembre 2013 10 commenti

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Sono seduto al tavolo della dinette, fuori piove copiosamente. La pioggia arriva tutti i giorni, a qualsiasi ora, e dura pochi minuti, giusto il tempo di un frettoloso saluto da parte di un gonfio cumulo, ingrassatosi durante il suo viaggio attraverso l’Atlantico. Il mio naso viene stuzzicato dai profumi inebrianti di questa frutta tropicale che sonnecchia nell’insalatiera. Maracuja, passion fruit, gujava…etc.

Inutile spendere le solite parole retoriche, ma i profumi, i colori e le genti di questi paraggi sono il motivo profondo per il quale sono giunto sino a qui? O forse c’era soltanto il desiderio del viaggio, il desiderio di portare la mia barca lontano, ai Caraibi…zone che della vela son state il palcoscenico più romantico?

Non lo so, so solo che è Natale e sto sudando. So solo che, in qualche modo, mi sento a casa. Mi accendo una sigaretta e chiedo al Vieux Malin: “Sei contenta di stare qui?”. Non ho ancora sentito la sua voce, forse è ancora troppo stanca di questo viaggio di 5 mila miglia dalla Grecia fino a qui. Ripercorro mentalmente le tappe di questo viaggio, mi ero fermato a raccontare di Lanzarote e di Puerto Calero. Apro il libro di bordo e sorrido per quanto sono dense queste pagine. Ogni riga un universo di emozioni.

Ed eccoci qua, al marina di Arrecife, Lanzarote, è quasi metà novembre. Il marina non è ancora completato, gli uffici sono solo dei container. Però le banchine sono servite, e tanto basta. L’equipaggio che mi deve accompagnare alla Martinica è arrivato il giorno 14 novembre 2013, solo 3 giorni prima della partenza. Poco tempo, ma pazienza. Mario, Marco e Marcia prendono velocemente contatto con la barca e si ambientano con poca difficoltà.

L’eccitamento è alto e facciamo gli ultimi preparativi con entusiasmo. La Atlantic Odyssey parte il 17 novembre alle 12:30 utc, e sono preoccupato per un aliseo non proprio ben formato, nonostante il vento attuale (25 nodi da NE) faccia presumere il contrario.

17 novembre 2013

Salpiamo alle 12:15 utc con cielo parzialmente nuvoloso, vento immutato di 25 nodi da NE e onda di 2 metri. Siamo mure a sinistra per scendere lungo la costa di Fuerteventura e tuffarci nell’oceano.

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Alle ore 20:55 utc siamo in 29° 05′ N ; 013° 37′ W , condizioni immutate ma cambio bordo con prua magnetica di 230°.

La barca rolla insistentemente, e l’equipaggio manifesta alcuni segni di malessere. Consulto la meteo, e pare purtroppo che l’aliseo sia latitante lungo il tragitto. Il vento che abbiamo è solo il cosiddetto “aliseo portoghese” che ha una genesi totalmente diversa dall’aliseo vero e proprio. Infatti, il portoghese non è nemmeno aliseo ma il risultato di un’alta pressione delle Azzorre piuttosto spostata verso est.

18 novembre 2013

Ore 07:30 utc , siamo in 27° 36′ N ; 14° 29′ W. Il chiodo alla parete ha ceduto, e il quadro rovina sul pavimento (per chi non sapesse di cosa sto parlando, si guardi o si legga “La Leggenda del Pianista sull’Oceano”): l’equipaggio è in preda del mal di mare, e uno in particolare mi annuncia di non farcela sino alla Martinica. Vuole scendere.

Eh, mica facile, non siamo mica in autostrada! Non posso tornare alle Canarie, ma posso solo sbarcarli a Capo Verde.

Alle ore 10:00 utc l’ex equipaggio (che ora considero solo come passeggeri) accetta il fato ineluttabile: prossima fermata Mindelo, Capo Verde. Inizia la febbrile ricerca di un equipaggio. Emails e telefonate si susseguono come ondine sulla battigia. In poche ore l’equipaggio è formato: Nicola e Manuela mi raggiungeranno a Mindelo.

19, 20, 21 novembre 2013

Giorni a giocare a rimpiattino con un vento capriccioso e debole. Ci allietano visite di delfini.

23 novembre 2013

Ore 12:00 utc , posizione 20° 32′ N ; 021° 36.2′ W

Continuano i capricci del vento, che mi hanno fatto consumare almeno 150 litri di gasolio. Ne ho altri 350 a bordo e mancano 280 miglia a Mindelo.

Sulla base delle condizioni meteorologiche, posso con tutta onestà intellettuale affermare che a prescindere dalla necessità di sbarcare i miei passeggeri, avrei deciso ugualmente di fermarmi a Capo Verde e aspettare l’aliseo.

Come saprò più tardi, le barche che hanno proseguito sono rimaste a galleggiare senza scopo per giorni e giorni in mezzo all’Atlantico. Barche, come Blue Pearl, che hanno impiegato un mese intero per raggiungere la Martinica.

24, 25 novembre 2013

Tassativo non usare il motore, uso quel poco di vento che c’è per proseguire. I pasti sono arricchiti da qualche pesce pescato alla traina, splendidamente cucinato da Marcia.

26 novembre 2013

Ore 23:00 utc , do fondo dinanzi al marina di Mindelo, Capo Verde, su 4 metri di fondale di sabbia e fango.

27 novembre 2013

Alle ore 08:30 utc ormeggiamo in marina. I passeggeri malconci sbarcano in giornata.

Vieux Malin a Mindelo

Vieux Malin a Mindelo

Ecco, un tuono mi ha scosso dai ricordi. Esco un po’ fuori, e vedo tutte queste barche di giramondo, piccole o grandi case galleggianti dalle più svariate soluzioni tecniche. Stasera è la Vigilia, anche qui alla Martinica, e già esiste una “comunella” di gente, noi compresi, che mangerà il cenone tutti assieme, gli occhi ancora impregnati di salsedine e con i tramonti sull’oceano impressi a fuoco sulle retine.

Brulla ma dolce, silenziosa ma vitale. Questa è Mindelo, ora che i ricordi tornano a quei momenti. Anche qui, le pratiche burocratiche sono, dopo tutto, divertenti. Si percepisce chiaramente che, nonostante le distanze culturali e geografiche, questo Paese vuole, desidera, ha bisogno che noi marinai lo frequentiamo. Chissà perché ci sono così pochi inglesi. Essi preferiscono fare tutta una tirata verso la “loro” St. Lucia, o la “loro” Barbados, altri vanno alla “loro” Antigua. Invece qui ci sono parecchi francesi, portoghesi, spagnoli e qualche italiano. Penso che chi ha voglia di navigare e visitare non possa non fermarsi a Capo Verde. La gente è ospitale, il marina di Mindelo (l’unico dell’arcipelago) non è affatto caro, e la sosta è assai piacevole. Un bar galleggiante rallegra le serate in attesa dell’aliseo, pieno di chiacchiere, di pelli ustionate dal sole e da barbe incolte, compresa la mia. Alla sera ci si rilassa bevendo una terribile birra locale, la Strella. Ma non importa che non sia proprio come l’Ichnusa, l’importante è rendersi conto di dove si è e perché.

Mi svegliano con un sonoro: “Comandante!”. Mi alzo di scatto, non è tardi ma nemmeno presto, in questa stanca mattina di un dicembre ancora in fasce. Sono loro: Nicola e Manuela. Sorridenti ed entusiasti, li accolgo con calore…ancora più calore di questo sole tropicale.

Nicola e Manuela li conosco da tempo. Lui è mio cugino, ottimo skipper, e Manuela è una vera appassionata di vela, volenterosa e capace. Sono felice: questo è l’equipaggio perfetto.

Manu e Nicola

Manu e Nicola

Tanto per non tradire la più squisita tradizione sciovinista, Manuela viene nominata seduta stante “cambusiera di bordo”. Lei è contenta così, e lo sono anch’io, di poter delegare compiti non inerenti alla navigazione.

Preparativi, acquisti, vettovaglie, mercato. Ci muoviamo in un ambiente molto africano. Non si parla Swahili qui, ma le parole “Pole pole” riecheggiano nella mia mente, mentre osservo le facce rilassate di questi capoverdiani. Ma si, Hakuna Matata anche per voi…chissà come lo dite qui.

Incontriamo equipaggi già conosciuti in altri posti. Che festa!

C’è Nina e Ken, gli svizzeri del Makaio (conosciuti a Mohammedia), e ci sono anche Renzo e Edith, olandesi del trimarano-astronave Equinoxe, conosciuti a La Graciosa. Loro vanno in Suriname, ma ci siamo ripromessi di darci appuntamento nel Caribe.

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Compere e gite, camminate interminabili in paesaggi lunari che terminano nel fragore dell’onda oceanica che schiaffeggia la costa. Il Mediterraneo è meno potente? Non credo, ma cambiano le proporzioni e le percezioni.

E’ tempo di salpare.

4 dicembre 2013

Salpiamo alle ore 11:30 utc, scivolando attraverso il canale fra le isole di S. Antao e Sao Vicente con randa e gennaker. Il vento ci mollerà alle 17:20 utc. Barometro 1016 mb, prendiamo una rotta vera di 220°.

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05 dicembre 2013

Decido di portarmi più a sud per prendere l’aliseo. Il primo dorado si sacrifica per noi alle ore 09:47 utc.

Alle ore 10:00 utc siamo in 15° 36′ N ; 26° 16.5′ W

In serata peschiamo un altro dorado.

Ore 20:00 utc 15° 27′ N ; 26° 57.8′ W , siamo su un parallelo soddisfacente. Il vento ci assiste e decido di seguirlo: RV 270°.

06 dicembre 2013

Facciamo conoscenza dei primi groppi. Solo che non sono i tipici groppi isolati, come quelli che si leggono sui libri. Queste sono ampie cellule temporalesche, affogate in spessi altostrati. La meteorologia tropicale è tutt’altra cosa, rispetto a quella familiare del Mediterraneo. Il vento sale anche di 15/20 nodi, ma ci trova preparati.

Ore 15:00 utc 15° 28′ N ; 28° 58.3′ W , ci vengono a trovare le balene pilota ! Due di loro si avvicinano curiose. Poi, capendo che non siamo così interessanti tornano al loro branco lasciando noi un po’ indispettiti.

Ogni giorno abbiamo i seguenti appuntamenti radio :

ore 13:00 utc , la ruota italiana sulla 14.422 mhz, con Angelo, Laguna (a terra) e le altre barche in navigazione. Ringrazio Andrea e Omero che mi fanno da ponte.

Ore 15:00 utc Makaio, Equinoxe, Sfek sulla 7050 khz. Loro sono in rotta per il Suriname.

07 dicembre 2013

Oggi decido che l’ora locale è UTC-2 , le guardie saranno aggiustate di conseguenza.

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Alle 10:00 utc vedo una vela. Siamo in 15° 29.3′ N ; 39.4′ W. Li chiamo, si chiamano Windjammer. Sono olandesi con un ketch di 38 piedi. Stabiliamo un contatto giornaliero, alle 1500 utc, sul vhf.

Il vento è debole, quindi accendo il generatore e, alle 20:00 utc (posizione 15° 17.9′ N ; 31° 22.7′ W), ci guardiamo il film “La Stangata”, con Robert Redford e Paul Newman.

Il giorno 08 dicembre, alle ore 22:00, il vento ci molla totalmente. Siamo alla deriva, a secco di vele, sopra un olio dal volto incredulo (lui stesso). Un’analisi delle carte ci dice che siamo sfortunati: una depressione nei paraggi delle Azzorre ha interrotto il nastro trasportatore dell’aliseo. Dovremo penare sino a che quella rompiscatole se ne vada o evapori del tutto.

Si balla parecchio.

Di notte, la scia della barca (quando si muoveva) creava un nastro fantasmagorico di fosforescenze, il plancton. Stanotte siamo fermi, ma lo spettacolo continua con alcuni delfini che, giocando, creano bizzarre teorie di luminescenze dalla piccola durata, ma di grande effetto.

Il giorno 09 dicembre il vento torna a farci visita, timido. Io lo accolgo con gennaker, randa, carbonera e mezzana. Se potessi, appenderei anche le mutande, ma facciamo già 5 nodi…e va bene.

Alle ore 11:00 utc siamo in 15° 01′ N ; 33° 20.8′ W.

Iniziano le “serate oceaniche”, ma sono solo un’illusione….poi peggiorerà.

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10 dicembre 2013

Preludio alla sinfonia.

I groppi si susseguono più spesso, e quando arrivano la pioggia cade copiosa. Mi va anche bene: lava la barca, specie dalle carcasse dei poveri pesci volanti che atterrano stupidamente in coperta. Mai riuscito a beccarli appena arrivati. Li trovo sempre stecchiti e rinsecchiti: immangiabili.

Alle 08:00 utc arriva un venticello quasi più convinto: NNE 15 nodi. Genoa tangonato, randa con 2 mani e mezzana.

11 dicembre 2013

Il rollio inizia a farsi sentire…e a rompere. Quasi impossibile dormire sottocoperta, a meno di non rizzarsi bene, costretti come una mummia in un sarcofago.

Alle ore 19:00 utc siamo in 15° 13′ N ; 038° 07′ W. Faccio una “bella scoperta” : la landa del vang rigido, che era a piede d’albero di maestra, è saltata…con tutti e sei i suoi rivetti. Smontiamo il tutto e attrezzo un paranco che va a tesarsi su una robusta cima posta fra due golfari, poco a poppavia dell’albero. Funziona, si va avanti (anche perché non si può tornare indietro).

Il 12 dicembre passa senza storia.

VENERDI’, 13 dicembre 2013

Ore 00:00 utc , siamo in 14° 56′ N ; 040° 52′ W

Dal diario di bordo del Vieux Malin : “ehm…oggi è venerdì 13….grattatio pallarum, omnia mala fugant….testicoulis tactis, sine contactu terrae”.

Durante la mattinata il vento rinforza sino a 25 nodi, mare molto mosso con onda incrociata. L’onda lunga da est è di circa 3,5 metri, ma viene disturbata da un’onda corta e alta da nord, forse rimasuglio della depressione che c’era nelle vicinanze delle Azzorre. Il rollio è insopportabile.

Alle ore 20:20 siamo a 1050 miglia dalla Martinica, siamo a metà strada!

14 dicembre 2013

06:00 utc , posizione 15° 14′ N ; 043° 45′ W

Sta lavorando il genoa da solo, e decidiamo di scaricare un po’ gli sforzi dello strallo armando lo stralletto della trinchetta con le volanti. Il mare è ribollente.

Alle 14:00 utc decido che l’ora locale di bordo è UTC-3 , ci regoliamo di conseguenza.

Domenica 15 dicembre 2013

Ore 00:00 utc : 15° 24′ N ; 045° 26.5′ W . La media giornaliera, oggi, è stata di 138.9 miglia. Siamo in linea con la media normale.

Da oggi inizia la burrasca, sia come vento che come stato del mare. Le onde arrivano a 5 metri di altezza, ma sono lunghe.

La nostra andatura è quasi al giardinetto, riuscendo a poggiare sino a 140°, e la velocità si attesta a 6.5 nodi. Non voglio forzare, e non offro troppa tela.

16, 17, 18, 19, 20 dicembre 2013

Mare sempre in burrasca. Strisce di schiuma lambiscono le onde, come nastri sinuosi. Cirri, altostrati e cumuli. Barometro sempre sui 1015 mb.

Il giorno 20 dicembre, alle ore 21:00 utc siamo in 14° 49′ N ; 058° 25.8′ W.

Il 20 dicembre decido che l’ora locale di bordo è UTC-4 (ora di Martinica).

Sabato, 21 dicembre 2013

I groppi si susseguono frequenti. Ormai non metto più nemmeno la cerata, mi faccio bagnare dalla pioggia e chissenefrega.

Alle ore 19:00 utc, posizione 14° 28.5′ N ; 060° 17.7′ W, TERRA IN VISTA !

Una debole, sottile lingua di terra fa capolino dinanzi alla prua. Mancano 33,9 miglia.

Domenica 22 dicembre 2013

Alle ore 02:00 utc arriviamo dinanzi all’entrata del Cul de Sac du Marin. Ma arriva un groppo, e dal momento che c’è da percorrere un canale delimitato da segnalamenti luminosi (IALA B) , decido di aspettare fuori che passi il groppo, sotto il quale la visibilità può scendere drammaticamente.

Dopo l’ennesima doccia di pioggia fitta, il groppo si sposta sottovento e, incredibile sorpresa, osserviamo un arcobaleno notturno! Mai vista una cosa del genere: la luce riflessa della luna erige quello che sembra un monumento celebrativo al nostro arrivo al Caribe. Un arco perfettamente rotondo che lambisce la nuvola in allontanamento nella notte. Non ci sono colori, ma è ugualmente suggestivo.

Ore 03:25 utc (00:25 ora locale), do fondo nel Cul de Sac du Marin, sui 4 metri, fondo sabbioso.

Alle ore 16:00 LT , dopo una profonda dormita, un bagno e una generosa colazione, entriamo nel Marina di Le Marin, ormeggiando alla francese al posto assegnatoci.

Brindisi con l’equipaggio, bravi tutti. Bravo il Vieux Malin a cui va la mia gratitudine più profonda. Un ringraziamento particolare va a Manuela, ottima cambusiera e ottima marinaia, e a Nicola che, con la sua competenza mi ha dato un enorme conforto durante il processo delle mie decisioni nautiche.

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Vieux Malin a Le Marin (Martinique)

Vieux Malin a Le Marin (Martinique)

BUON NATALE A TUTTI I MIEI CARI LETTORI !

Captain Blood

Questo è il viaggio, sin’ora (da giugno 2013 al 22 dicembre 2013) :

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Sosta a Puerto Calero, Lanzarote

30 ottobre 2013 Nessun commento

In quasi tutto il mondo c’è un pò d’Italia, in un modo o nell’altro. Di questo mi sono accorto nel corso dei miei viaggi. E non lo dico da appassionato patriota, quale non sono, ma da semplice osservatore.

Il giorno 11 ottobre 2013 lasciamo il comodo ancoraggio dell’isola di La Graciosa e ci dirigiamo di buon ora verso l’adiacente Lanzarote. Quest’isola, vulcanica e brulla, deve il suo nome al suo scopritore, Lanzerotto Malocello, un navigatore genovese che nel 1312 d.C. , pare, la occupò per diverso tempo. Io sono arrivato solamente 701 anni dopo.

L’organizzazione della Atlantic Odyssey fornisce ai partecipanti uno sconto del 40% al Marina di Puerto Calero e, cosa importantissima, un alaggio e varo gratuito presso il cantiere locale. Ne approfitto.

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Contatto il marina sul consueto canale 09 (tutti i porti spagnoli utilizzano questo canale) e la torre mi autorizza a procedere verso la banchina di accettazione. L’addetto armeggia con dei fogli, e io (riducendo la velocità a passo di lumaca) gli chiedo di prendere le mie cime. Invece delle cime, quello ci passa un pacchetto di fogli e mi incita a proseguire. Strane procedure.

Su uno dei fogli c’è la pianta del porto e vi è segnato il posto barca a me assegnato. Faccio spallucce e proseguo avanti adagio, mano sinistra sul timone, mano destra con il foglio in mano.

Alle ore 13:30 UTC siamo ormeggiati in andana al “pantalan” A36.

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E’ decisamente bello questo marina di proprietà della famiglia Calero. Ottime banchine, ottimo servizio, ottimo personale. Il fronte del porto è una infinita teoria di ristoranti di ogni colore e di ogni etnia. Puoi mangiare cinese, indiano, spagnuolo, messicano; perfino italiano. C’è un micro minimarket dai prezzi astronomici e dalle forniture paragonabili a quelle di una colonia britannica nel bel mezzo dell’outback australiano (ovvero, c’è davvero poco e, per esempio, manca la carne fresca e la mozzarella), c’è un mini ship-chandler chiuso per inventario e un fornitissimo negozio di articoli da pesca d’altura.

L’impressione, quando si arriva, è che l’atmosfera festosa che si percepisce dai locali e i bar che guardano verso il porto prometta la presenza di un paese altrettanto festoso e pieno di chissà quali amenità. Nulla di più errato: a parte i pubs, i ristoranti e qualche negozietto di cianfrusaglie c’è solo un mega albergo. Niente paese, niente villaggio.

Il Vieux Malin viene pulito a dovere, dentro e fuori. Alla sera, le micro passeggiate non ci portano molto lontano. Siamo costretti a noleggiare un’auto. E così facciamo: 50 euro e abbiamo una bella macchinetta tutta per noi per due giorni. Ci giriamo comodamente l’isola mentre il Vieux Malin si riposa.

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Vieux Malin a Puerto Calerto

 21 ottobre 2013

E’ giunto il momento di alare la barca, e lasciamo il pontile per dirigerci al bacino di carenaggio, il “varadero”.  In pochi istanti viene effettuata quell’operazione che tiene il cuore in sospeso a qualsiasi armatore che ami la sua barca.

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Posizionata sul suo invaso, inizia il lavoro:

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La carena sta a posto, quindi basterà solamente applicare una bella mano di antivegetativa. Me la sono portata sin dalla Grecia, ed è molto efficace. Ma la cosa che mi preme di più è cambiare la corda grassa del premistoppa e quella del timone. Per quest’ultimo non vi sono stati problemi: tirata via quella vecchia (era DAVVERO da sostituire) ho posizionato quella nuova, del 6.

Per il premistoppa, ahimè, abbiamo avuto qualche difficoltà: uno dei bulloni, quello di sinistra, dove si avvitavano i dadi di tenuta, è spaccato. Andando ad armeggiare l’intero bullone è rimasto in mano al meccanico che stava facendo questo lavoro.

La foto è un pò scura, ma si può vedere il bullone rotto (quello a destra) rispetto a quello sano:

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Fulmini e saette ! Ringrazio lo spirito di quel bullone, che ha tenuto sin qua senza crearmi veri problemi. Ma ora bisogna sostituirlo. Il bravo meccanico, Oscar, ne forgia due belli nuovi e li piazza al loro posto. Il lavoro è fatto.

Apriamo con cautela l’elica Max Prop, e la mondiamo di tutte le vecchie impurità. L’operazione è delicata, perché vanno mantenute le stesse impostazioni durante il rimontaggio.

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Nessun problema per il boss del cantiere: anche lui ha una max prop montata sulla sua barca.

Il giorno 25 ottobre, con grande sollievo torniamo in acqua e, fatti i dovuti controlli, torniamo al nostro pontile. Il buon meccanico è venuto con noi, accertandosi anche durante il trasferimento e dopo la manovra di ormeggio, che sia la losca del timone che il premistoppa dell’asse dell’elica non facessero acqua. Dal canto mio, ho provato la propulsione a motore, sia marcia avanti che in retro, ai fini del corretto funzionamento dell’elica. Tutto a posto.

Ora siamo qui, ormeggiati alla francese a causa del vento, al nostro “pantalan” A36, in attesa della venuta del rigger. Voglio un completo controllo al sartiame, visto che non stiamo per fare una semplice scampagnata.

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Considerazioni finali :

Al di là della natura squisitamente turistica di Puerto Calero, del suo essere quasi una bella cattedrale nel deserto, vale comunque una sosta (per chi possa capitare in questi paraggi). Cortesia e competenza sono di casa qui, così come i prezzi decisamente al di sotto della media europea.

Fra non molto ci sposteremo al nuovo marina di Arrecife, dove la flotta dell’Atlantic Odyssey si radunerà prima della partenza.

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Diario di un battesimo

12 ottobre 2013 5 commenti
Vieux Malin ripreso da un trimarano olandese

Vieux Malin ripreso da un trimarano olandese

Dal diario di bordo del Vieux Malin

Venerdì, 4 ottobre 2013

Non c’è più tempo per le angosce, oggi salpiamo per un viaggio di 400 miglia, un battesimo dell’oceano che ci porterà alle Canarie. Esattamente come noi, molte altre barche hanno atteso questa data per partire. La profonda e attivissima depressione a nord delle Azzorre, quella che stava portando mare e vento da sud ovest, si è esaurita. Oggi le condizioni tornano normali, con un aliseo portoghese che ha riacquistato il suo regno. Lo so io, lo sanno gli skipper delle altre quattro barche in attesa qui a Mohammedia, e lo sanno tutti gli altri che hanno scelto Rabat, o la stessa Gibilterra.

I preparativi sono lesti, l’eccitazione incontenibile. Alle ore 13:30 UTC molliamo gli ormeggi, e ci tuffiamo in un immediato traverso, lungo la costa marocchina. Il motore viene spento subito dopo aver issato le vele, e già si sente la differenza con il Mediterraneo: so già che potrò contare sul vento!

Al largo di Casablanca

Al largo di Casablanca

A bordo siamo siamo in due, dovrò gestire bene le guardie. A tal fine, e anche per poter studiare la strategia migliore possibile, mi impongo di trascrivere il punto nave ogni due ore, e di segnarlo sulla carta della Imray. Il vento amico ci sostiene, in questo traverso: 15 nodi da NE e onda lunga poco a poppavia del traverso, un’onda che ci racconta di mari ben più furibondi più a nord. Il barometro è a 1020 hPa.

5 ottobre 2013

Ore 08:00 utc , siamo in 33° 09.2′ N ; 09° 16.06′ W.

Il vento sembra calare un poco, e dal momento che vorrei gestirmi meglio il bordo verso sud, alle ore 09:15 utc decido di abbattere per avvicinarmi alla costa africana, mure a sinistra.

La decisione è pagante, e alle ore 12:40 utc abbattiamo di nuovo per tornare mure a dritta. Siamo in 32° 45.7′ N; 09° 29.69′ W.

Ore 14:00 utc, siamo in 32° 39.4′ N; 09° 38.6′ W

Il vento rinforza sino a 30 nodi, il mare si gonfia con ondone di quattro metri, crestate da sorrisi beffardi. Ammaino la randa di maestra e riduco il genoa. Il barometro si mantiene a 1020 hPa.

Ore 18:00 utc , siamo in 32° 23.1′ N; 09° 57.3′ W. Condizioni immutate, la barca procede ad una media di sei nodi.

Ore 19:00 utc, posizione 32° 18.3′ N; 10° 01.8′ W. Il vento rinforza ancora, e riduco il genoa ad un fazzoletto. Le onde, vere montagne, spingono delicatamente la barca in avanti. La velocità si mantiene sui sei nodi, con punte di sette.

6 ottobre 2013

Ore 00:00 utc , siamo in 31° 59.6’N ; 10° 24.4′ W. La notte scorre veloce. Continuo a prendere il punto ogni due ore, intervallandomi con pisolini ristoratori. Il traffico navale è scarso.

Ore 06:00 utc, 31° 51.5′ N ; 10° 33.21′ W. Il vento cala a 15 nodi, e il mare è leggermente meno gonfio. Riapro timidamente il genoa. Tutto bene. Barometro 1019 hPa. La mia rotta vera è di 230° e la velocità geografica è di sei nodi. Per operare le mie strategie guardo sulla carta a quanto ammonta la variazione magnetica. Per l’anno corrente, fatti i dovuti calcoli, è di 4° 03′ W.  Quindi, alla mia prua vera dovrò aggiungere quel valore per ottenere quella magnetica.

Ore 13:00 utc, siamo in 31° 06.7′ N ; 11° 25.8′ W. Cielo parzialmente nuvoloso, barometro sceso a 1018 hPa e il vento è salito a 20 nodi. Tanto per stare tranquilli, riduco leggermente il genoa.

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Ore 17:00 utc, posizione 30° 49.9′ N ; 11° 42.6′ W. Condizioni immutate, ma alle 17:20 utc invio delle email ai miei con l’SSB e scarico un file grib. La previsione precedente è confermata: aliseo portoghese garantito.

La sera ci accoglie con grazia, mi sembra quasi di essere un vero navigatore.

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7 ottobre 2013

Ore 02:00 utc, siamo in 30° 10.9′ N ; 12° 18.7’W

Alle ore 02:15 utc abbattiamo per 135°, mure a sinistra. La decisione è presa per evitare il Conception Bank, un altipiano oceanico dove il fondale sale repentinamente. Questo tipo di risalite del fondale potrebbe creare molto mare frangente, e a me non va di ballare più di così.

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Alle ore 03:30 utc, ci rimettiamo in rotta. Magnetica 219°, vera 215°: il Conception Bank è evitato. Barometro ancora 1018 hPa.

Ore 09:00 utc , siamo in 29° 42′ N ; 12° 43.5′ W. Il vento si mantiene stabile, sui 20 nodi. Isso la randa.

Ore 10:25 utc : TERRA IN VISTA ! Un’esile siluette, più azzurra e scura del resto del cielo, mi promette che laggiù c’è Lanzarote.

Ore 13:00 utc, siamo in 29° 29′ N ; 13° 04.4′ W , si avvicina il trimarano che era apparso all’orizzonte un paio d’ore prima. Sono olandesi, sono velocissimi. Ci salutiamo.

I contorni di Lanzarote e La Graciosa si delineano sempre più, come è nell’ordine delle cose. Ci avviciniamo tutti invelati, per poter arrivare all’ancoraggio con la luce. Le isole sono brulle, desolate. Ma conservano un fascino tutto da scoprire, e il cielo nuvoloso le rende ancora più misteriose.

Avvicinamento a La Graciosa e Lanzarote

Avvicinamento a La Graciosa e Lanzarote

 

 

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Alle ore 17:35 utc diamo fondo su 10 mt d’acqua, fondo sabbioso, a Playa Francesa (Isola de La Graciosa). L’escursione di marea è sui 2 metri e mezzo. Sono al riparo. Gli olandesi del trimarano sono già arrivati, e vengono a trovarci in gommone con una penna USB con le foto che ci hanno scattato quando ci hanno sorpassato. Gli offro un caffé, e siamo già prenotati per un barbecue sulla spiaggia, la sera successiva.

Ancoraggio a La Graciosa

Ancoraggio a La Graciosa

 

Il morale è alle stelle: 425 miglia totali in tre giorni e quattro ore. Il motore l’ho acceso solamente quando ho dovuto utilizzare l’SSB per le email e i file grib. So che non è nulla, ma per me è già un bel traguardo, un battesimo dell’Oceano.

Ecco il viaggio sin’ora :

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Sosta a Mohammedia

29 settembre 2013 2 commenti

Una settimana intera è passata, da quando siamo approdati a questo porto peschereccio a pochi chilometri a nord di Casablanca. Chi ha letto il mio articolo precedente già sa che l’avvicinamento non è stato facile: la nebbia ci avvolgeva fitta, nascondendo tutto ciò che si trovasse a più di cinquanta metri dalla barca. Per la prima volta in vita mia ho dovuto fare affidamento esclusivo a due ritrovati tecnologici che, in tutta onestà, sono stati sempre un valido “ausilio” alla navigazione, ma certamente non l’unico mezzo a mia disposizione per determinare la mia posizione e quella degli oggetti che mi circondano: il radar e il plotter.

Avvicinarsi alla costa immersi nell’albume etereo di una nebbia fittissima, mentre numerosi pescherecci trainano le loro reti a poca distanza, è un’esperienza che fa sudare freddo; fa alzare la tensione anche al più esperto dei naviganti, quale io non sono (ovviamente). Effettuare, poi, un perfetto atterraggio, ben dentro il porto, affidando l’incolumità della propria barca e del suo equipaggio esclusivamente ai colorati disegni di un plotter…beh, quella è fede.

Avanti piano, molto adagio. Il molo sovra flutto era alla nostra dritta, ma solo come atto di fede e di speranza. E altrettanto ottimismo dedicavo a quello sotto flutto, con il suo invisibile fanale rosso. Poi, d’incanto, il sipario si è alzato dolcemente, con grazia, rivelandoci l’effettiva esistenza di un piccolo mondo portuale e dando concretezza alle promesse del plotter.

Piccole e grandi barche da pesca sonnecchiavano pazienti, mentre i loro occupanti mettevano in chiaro le reti con movimenti di danza; braccia che volteggiavano ordinatamente e in maniera precisa, portando con sé tratti di rete come fossero veli; movenze sapienti e silenziose, contorniate solamente da qualche scambio di parole dai significati misteriosi.

Ci siamo ormeggiati alla francese, alla fine (anzi oltre la fine) di un molo galleggiante. L’ormeggio è talmente poco ortodosso che io stesso faccio fatica a descriverlo: sostanzialmente ho una cima a doppino dalla prua, una cima che agguanta una barca a motore alla mia sinistra e un corpo morto che corre sotto la chiglia in diagonale, messo in forza sulla bitta poppiera di dritta. L’escursione di marea è di tre metri e mezzo, per cui occorre trovare un compromesso soddisfacente per non alare la trappa in maniera eccessiva: infatti, quando la marea sale la trappa risulterebbe troppo cazzata e quando la marea scende essa risulterebbe troppo lasca. Al fine di evitare fastidiose sbeccate sull’angolo del molo di legno, ad esso ho legato uno dei miei parabordi e poi…speriamo bene inshallah !

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Il Marocco ci ha accolti nella nebbia, ma subito dopo ci ha offerto il suo calore umano. Tutti, dal marinaio all’ufficiale della dogana, dall’armatore di barca da pesca al militare della capitanerie, ci hanno dato il loro benvenuto, e io mi sono sentito ancora più in fallo dal momento che non avevo a bordo la bandiera di cortesia marocchina. Questa sosta non era prevista, e non mi ero procurato questa bandiera. Ho espresso il mio disappunto, scusandomi, ma nessuno mi ha crocifisso.

Le amicizie si sono formate ben presto: due ragazzi svizzeri con il loro HR352, anche loro in rotta per i Caraibi, e un francese di nome Philippe, che vive qua da diversi anni a bordo del suo ketch di 46 piedi.

Parlando col francese, gli esprimo il mio bisogno di trovare dei filtri e olio per il motore. Egli mi presenta un suo amico, Omar, ex ufficiale ingegnere dell’Armée de l’Air marocchina. La simpatia è subito reciproca e, inaspettatamente, Omar si offre di farmi un tagliando completo al motore e di sistemarmi quell’antipatica perdita di olio dal coperchio superiore. Viene a bordo due giorni dopo. Armeggia, lavora, apre il coperchio, ci mette la pasta nera (guarnizione liquida), sostituisce il filtro, mette l’olio e mi chiede di avviare il motore : perfetto!

Non so come esprimere la mia gratitudine, ma Omar non chiede alcun compenso. Allora mi riprometto di invitare lui e Nabil (un altro amico, un ragazzo d’oro che parla anche un eccellente italiano) a pranzo fuori. L’occasione si presenta prestissimo, perché Omar e Nabil ci accompagnano in macchina al più fornito supermercato di Mohammedia. La spesa è fatta, e il tiramisù è garantito. Possiamo quindi invitare anche la moglie di Omar, Miriam, e tutti gli altri, per una bella mangiata di tiramisù fatto come Dio…pardòn…Allah (che è la stessa cosa) comanda.

Captain Blood, Philippe, Nabil e Omar

Captain Blood, Philippe, Nabil e Omar

Cene e pranzi si susseguono, così come i meravigliosi scambi di idee. Scopro che Omar è una persona veramente straordinaria, dotato di una cultura non comune. Mi parla di antica Grecia e dei suoi miti, così come poi si tuffa nella filosofia e nella teologia. Al termine di una bellissima spiegazione sull’Islam, Omar mi sorprende e mi commuove con un’affermazione che da sempre è anche una mia verità, ma che detta da lui assume un’importanza ancor più grande : “Islam, Ebraismo e Cristianesimo sono la stessa religione, e noi tutti dovremmo sempre tenerlo a mente. Siamo tutti fratelli.”

A queste parole non ho potuto resistere, e gli ho stretto calorosamente la mano. Non perché io sia un religioso, ma perché queste persone meravigliose sono i veri semi della Pace.

Altra persona straordinaria è Philippe. Questo francese del sud si è trasferito qui con la sua barca, e si vede che ormai queste zone sono casa sua. Fa lavoretti sulle barche, pare che sia un bravo resinatore. Qui c’è un cantiere, e ogni mattina lo si vede recarsi lì con abiti da lavoro. Una sera, dopo una allegra cena a bordo da lui e dopo aver strimpellato la mia chitarra in duetto assieme a Ken, lo svizzero (non guerriero), Philippe mette su un cd. I ritmi sincopati e la mistura di atmosfere arabe e occidentali hanno colpito la mia attenzione. Philippe si accorge del mio interesse, scende dabbasso e torna con un cd confezionato.

“Tieni, è tuo.” dice “Questo è l’ultimo album che ho fatto con la mia band, a Casablanca.”

Rimango esterrefatto e lo guardo come se fosse la prima volta.

“Si,” conferma “io ho composto le musiche e suono la chitarra elettrica, una Gibson Les Paul”.

Come il sipario della nebbia, alzandosi, svelava le meraviglie della costa quando siamo arrivati, così il velo dell’ignoranza, portato via dal vento della conoscenza reciproca, ha svelato personaggi inaspettati e di gran lunga più interessanti di qualsiasi rosea previsione.

Stasera siamo a cena da Nabil, e ci sarà anche Omar con la moglie Miriam. Philippe è partito con una barca da portare su a Ceuta, tornerà martedì.

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Per quanto ci riguarda, le previsioni dicono che venerdì dovrebbe tornare il vento settentrionale. Non ci resta che sperare, ma l’attesa (evidentemente) non è poi così difficile.

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Fermata intermedia

26 settembre 2013 5 commenti

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Spesso le cose inaspettate sono le migliori, quelle che alla fine formano i ricordi più belli. Siamo stati a Gibilterra, passando a poca distanza dalla Rocca, sormontata da una coltre “pannosa” di vapor d’acqua condensato.

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Slalom fra le navi alla fonda e intenso traffico locale, l’avvicinamento fa si che lo spettatore venga poi investito dalla massiccia e scandalosa urbanizzazione di questo protettorato britannico, così mediterraneo e così inglese allo stesso tempo.

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Non mi è piaciuta Gibilterra, nonostante il suo interessante centro storico racchiuso nella fortezza. La sua popolazione multiculturale, in realtà, fa di tutto per ostentare questa ridicola britannicità. L’impressione che ne ho avuto è che prendano in giro sopratutto sé stessi. Vedere i “bobbies” (poliziotti) con tanto di tipico elmetto nero parlare fra loro in una forma inquinata di spagnolo non ha fatto altro che farmi sorridere. Gente in costume, gendarmi della fanteria britannica con tanto di moschetto in gran parata, targhe scolpite con scritte pompose. Il primo pensiero che mi è venuto è stato : ma parla come magni !

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Certo, Gibilterra è carica di storia. La presenza britannica è stata essenziale sia in epoca moderna che durante l’ultimo conflitto mondiale, dove tanti “gibilterrini” (?) si sono sacrificati per difendere il baluardo dell’occidente libero. Però, caspita quanto è ridicola oggi tutta questa loro prosopopea.

Tornando (a piedi) dalla sommità della Rocca, dove si possono ammirare le famose scimmiette, ci siamo imbattuti in un’ennesima fonte di ilarità (tutta mia) : una targa commemorativa di un evento fondamentale. Ve la mostro :

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Il primo pensiero che mi è venuto è stato : Estiqaatsi pensa che importante è mettere targa, così tutti sapere questo.

Sono certo che anche questa simpatica creatura la pensa come me. 1236231_10201197583075318_742400062_n

Un punto a favore dell’amministrazione locale, però, è il fatto che queste scimmiette sono tutte censite ed estremamente protette. L’unico fastidio per il visitatore appiedato è il via vai di pulmini e taxi che portano i comodoni su per la strada.

Tornando al punto di vista del navigante, a chi si ferma a Gibilterra conviene prenotare per tempo il Marina Bay, di solito ben congestionato. I prezzi non sono popolari, ma nemmeno tanto cari.

Sconsiglierei il Queensway Quay, molto “posh”.

Il vantaggio per una barca in transito lo si percepisce in maniera tangibile al momento degli acquisti di alcolici, sigarette e prodotti della tecnologia. Il duty free funziona, e i risparmi sono veramente enormi.

Il giorno del Signore 20 settembre lasciamo Gibilterra, con non poco sollievo. Tuttavia, il “normale” vento settentrionale creato dall’alta pressione delle Azzorre (il cosiddetto Aliseo Portoghese) è debole e poco convinto. Dopo 20 ore di veleggiata al lasco, alle ore 3 del mattino, Eolo va a dormire e ci lascia in una patana silenziosa, i cui deboli respiri si materializzeranno in una fitta nebbia.

C’è poco da fare, non si possono fare 500 miglia a motore (per Lanzarote). La decisione è presa: ci si ferma in Marocco, a Mohammedia. Escludo Rabat a causa della scomodità del suo ingresso e alle voci (tam tam telematico) di laboriose pratiche doganali. E poi, Mohammedia è più a sud.

Ci avviciniamo con cautela, la nebbia è sempre fitta, visibilità meno di 50 metri. Il radar e il plotter mi aiutano ad evitare numerose collisioni coi pescherecci locali, molti di essi non sono equipaggiati con sistemi di rilevamento. Entriamo in porto guidati esclusivamente dal gps, dato che i moli sovraflutto e il faro sono del tutto immersi nella nebbia.

Grazie ad Allah (è il caso di dirlo), quando siamo già dentro il porto, i contorni iniziano a delinearsi e in pochi minuti ormeggiamo al pontile dello Yacht Club. L’escursione di marea, qui, è di 3 metri e mezzo. quindi non bisogna cazzare troppo le trappe del corpo morto.

Prezzo ? Bisogna mercanteggiare. Ufficialmente sono 240 dirham al giorno, ma io ne ho strappati 200.

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Ora una bella depressione (molto profonda) a NE delle Azzorre ci blocca qui per qualche giorno, ma la permanenza è assai piacevole, soprattutto grazie al calore e la gentilezza dei marocchini. Tutti, dal marinaio all’ufficiale doganale, hanno espresso un sincero e sentito “bienvenue en Maroc!”. Le amicizie non sono tardate a formarsi.

Ora aspettiamo il ritorno dell’anticiclone, che possa spingerci giù, sino a Lanzarote.

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ALEA JACTA EST

21 agosto 2013 Nessun commento

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Il mio Rubicone non è un fiume ma un meridiano, quello degli 8° est.  In data 5 agosto 2013 abbiamo lasciato il porto di Carloforte alla volta di Mahòn, isola di Minorca.

Ma facciamo un passo indietro, illustrando brevemente i fatti più salienti.

Il dilemma di cui ho parlato nel precedente articolo si è sciolto come neve al sole appena sono stato raggiunto da un’email da parte di Jimmy Cornell. Questa mia illustre vecchia conoscenza mi invitava a partecipare alla prima edizione della Atlantic Odyssey, un bellissimo rally in perfetto stile “Cornell” (la vecchia ARC ha ormai cambiato il suo volto), organizzato dal navigatore rumeno-britannico con il suo solito entusiasmo e la sua grande passione per il mare.

Queste sono le due partenze della Atlantic Odyssey. Io conto di partire per la prima, il 17 novembre da Lanzarote. Nonostante sia piuttosto presto per incontrare degli Alisei ben formati, preferisco non attendere sino a gennaio.

AO Map EN HD copia

Questa email è giunta nella mia casella come il proverbiale cacio sui maccheroni: mi ci sono voluti pochi secondi per rispondere che si, avrei partecipato.

Ai primi di giugno, quindi, il Vieux Malin lasciava per sempre le sponde elleniche per guadagnarsi lentamente, ma inesorabilmente, la sua via per l’uscita dal Mediterraneo. Tante facce, tante amicizie abbiamo raccolto durante il viaggio sin’ora. Come sempre, il viaggio rappresenta un veicolo sorprendente di incontri e relazioni brevi, ma intense.

Ma torniamo alla navigazione. lasciamo Santa Maria Navarrese, splendido gioiello dell’Ogliastra. per goderci le bellezze della Sardegna meridionale, come Cala Pira, transitiamo a Cagliari dove si imbarcano due amici.

La sosta a Carloforte è durata giusto il tempo per i rifornimenti e un piccolo giro in paese. Il 5 agosto lasciamo il marina Sifredi per avventurarci verso Minorca.

Le Baleari sono care ed estremamente frequentate in questo periodo. Così come avviene in Costa Smeralda, o nell’arcipelago della Maddalena, anche in assenza di vento il mare viene agitato dalla miriade di motoschifi e altre diavolerie. Impossibile riposare in rada. Siamo scappati da Formentera, dove il numero di barche per metro quadro di rada sconfiggeva ogni legge fisica.

Il 14 agosto, alle ore 23:40, ormeggiamo in andana al “Pantalan n.1″ del Real Club Nautico di Dénia, dove il Vieux Malin riposerà per i prossimi 15 giorni, prima di riprendere il cammino verso Gibilterra e le Canarie.

Questo il viaggio sin’ora, dalla Grecia Ionica:

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Il viaggio sin’ora…da Nidri a Dénia

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